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Attualità 4 min di lettura1 ora fa

Riforma del cinema, il freno che può salvare i vecchi equilibri

La riapertura delle audizioni in Senato rischia di rallentare una riforma condivisa, nata per rendere più trasparente e indipendente la gestione dei fondi pubblici.

La riforma del cinema rischia di rallentare proprio quando sembrava vicina al traguardo. Dopo l’approvazione alla Camera e il primo passaggio al Senato, la decisione di convocare nuove audizioni riapre infatti un confronto che maggioranza e opposizioni avevano cercato di chiudere con un’intesa condivisa. Secondo l’autore di questa ricostruzione, il rinvio potrebbe lasciare intatti gli equilibri che la nuova legge intendeva mettere in discussione.


Il nuovo testo torna in discussione

Il provvedimento era stato approvato dall’Aula di Montecitorio il 10 settembre 2026 e aveva poi raggiunto Palazzo Madama. Il progetto non rappresenta una rottura radicale con la disciplina vigente, ma introduce una novità rilevante: la nascita di un’agenzia indipendente destinata a sostituire la Direzione Cinema e Audiovisivo del Ministero della Cultura, accusata nel testo di lentezze, inefficienze e procedure burocratiche eccessive.

La stesura è arrivata al termine di un lungo lavoro parlamentare, accompagnato dall’audizione di oltre 50 soggetti del settore. Federico Mollicone, presidente della Commissione Cultura della Camera per Fratelli d’Italia, ha condotto il confronto per la maggioranza; Gaetano Amato e Matteo Orfini hanno rappresentato rispettivamente il Movimento 5 Stelle e il Partito Democratico. Per evitare una terza lettura, i capigruppo avevano concordato di non modificare il testo durante il passaggio al Senato.


Borgonzoni riapre il confronto

L’intesa è stata rimessa in discussione dalla sottosegretaria Lucia Borgonzoni, che è anche senatrice. Insieme a Roberto Marti, presidente della Commissione Cultura di Palazzo Madama, ha promosso nuove audizioni, previste per la settimana successiva e riservate, secondo la ricostruzione, a un gruppo ristretto di associazioni. La scelta ha provocato un confronto molto aspro in commissione, con uno scontro diretto con la senatrice del Partito Democratico Cecilia D’Elia.

Nel testo, questa iniziativa viene interpretata come una rivendicazione del ruolo del Senato e, soprattutto, dell’influenza politica di Borgonzoni sul comparto. L’accusa è che l’approfondimento tecnico rappresenti soltanto la motivazione ufficiale, mentre il risultato concreto sarebbe la riapertura di una trattativa già conclusa. Il ministro della Cultura Alessandro Giuli non ha ancora indicato se intenda difendere l’accordo raggiunto o sostenere un nuovo negoziato.


Fondi pubblici e vecchi squilibri

La legge attualmente in vigore, la numero 220 del 2016, è operativa dal 2017 ed è conosciuta come legge Franceschini. Ha accompagnato una crescita complessiva del settore, ma il testo sostiene che tale sviluppo sia stato alterato dall’uso improprio del credito d’imposta e dall’assenza di controlli rapidi e accurati sull’impiego delle risorse pubbliche. La maggior parte dei 600 milioni di euro del Fondo Cinema e Audiovisivo confluisce proprio in questo strumento.

Il tema è diventato di interesse generale soprattutto dopo il caso Kaufmann, legato al sedicente regista e produttore coinvolto negli omicidi di Villa Pamphili. Secondo la posizione espressa nell’articolo, il possibile rallentamento della riforma finirebbe per tutelare i soggetti più forti del mercato: Anica per il cinema, Apa per la produzione televisiva e le società collegate ai grandi gruppi internazionali, tra cui Fremantle, Netflix, Amazon, Mediawan e Banijay-All3Media.

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L’agenzia sostenuta da Avati

La prospettiva di una nuova autorità indipendente era stata sostenuta anche da Pupi Avati, indicato come il primo promotore di un modello ispirato al Cnc francese. Il regista avrebbe contribuito a convincere Giorgia Meloni ed Elly Schlein della necessità di separare maggiormente la gestione amministrativa dalle interferenze politiche e di ridurre il peso di una burocrazia considerata inefficiente.

Il timore espresso nel testo è che il protagonismo della sottosegretaria possa bloccare sul nascere quella che viene definita “Legge Avati”. A farne le spese sarebbero soprattutto le società indipendenti, i produttori più piccoli, gli autori emergenti e i progetti di ricerca e sperimentazione, mentre le risorse pubbliche continuerebbero a sostenere anche produzioni straniere realizzate in Italia.


Una valutazione ancora insufficiente

Alla disputa parlamentare si aggiunge la mancanza di una strategia complessiva per le politiche cinematografiche e audiovisive. Il testo denuncia l’assenza di analisi autonome e considera poco credibile la valutazione dell’impatto degli interventi statali, prevista dalla stessa legge Franceschini.

Il rapporto relativo al 2025 è stato trasmesso dal Ministero della Cultura entro il 30 settembre, rispettando per la prima volta dopo dieci anni il termine stabilito dalla normativa. Tuttavia, viene descritto come un documento scarsamente comunicato, difficile da leggere e privo di un esame critico. La ricerca è stata curata dal Dipartimento di Scienze sociali ed economiche della Sapienza Università di Roma, che nell’articolo viene accusato di aver prodotto un’analisi favorevole alla conservazione dell’assetto esistente.

In questa prospettiva, il rallentamento dell’iter non sarebbe un semplice passaggio procedurale. Finché la riforma resterà sospesa, sostiene il testo, continueranno a prevalere gli interessi dei gruppi più strutturati e le celebrazioni pubbliche potranno sostituire una reale politica industriale e culturale.

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