4.000Lettori online ora
Attualità 5 min di lettura1 ora fa

Bond sotto pressione: perché la Francia fa tremare anche l’Italia

Il debito di Parigi, l’energia più cara, la stretta monetaria e il boom dei centri dati stanno spingendo verso l’alto i rendimenti globali.

Il mercato obbligazionario europeo ha trovato il suo nuovo punto critico in Francia, dove il rendimento dei titoli decennali ha raggiunto il 4,96%, livello che non si vedeva dal 2002. La tensione si è rapidamente propagata agli altri Paesi, Italia compresa, mentre gli investitori hanno cercato riparo nei titoli tedeschi e negli Stati Uniti.

Il movimento nasce dalla combinazione di più fattori: i conti pubblici francesi sempre più difficili da riequilibrare, il rincaro del petrolio legato alla guerra in Medio Oriente, il rischio di tassi elevati più a lungo e la crescente quantità di obbligazioni emesse per finanziare gli investimenti nell’intelligenza artificiale. Un’offerta così abbondante di debito arriva proprio mentre gli Stati devono trovare risorse per sostenere passività già molto elevate.


Parigi è il nuovo epicentro

La Francia si trova al centro delle vendite perché il progetto di bilancio per il 2027 prevede una correzione molto severa dei conti. L’obiettivo è portare il disavanzo al 5% del Pil, dal 5,4% stimato per l’anno in corso, una quota comunque superiore al limite fissato dalle regole europee.

Per raggiungere il traguardo, il governo guidato da Sébastien Lecornu ha indicato interventi per 43 miliardi di euro tra maggiori entrate e riduzioni della spesa. Considerando anche le misure già approvate e destinate a produrre effetti nel 2027, il valore complessivo del risanamento sale a 54 miliardi. Il piano dovrà ora affrontare il passaggio parlamentare.

I numeri sul debito spiegano la cautela degli investitori. Nel 2027 gli interessi da pagare salirebbero da 79,2 miliardi nel 2026 a 91,2 miliardi, mentre il debito pubblico arriverebbe al 119,3% del Pil. Giovedì il rendimento dei decennali francesi ha superato quello dei Btp italiani, con un differenziale di 140 punti base rispetto ai titoli tedeschi.


L’Italia paga la fuga dal rischio

La pressione non è rimasta confinata alla Francia. Venerdì il differenziale tra Btp e Bund decennali ha toccato 132 punti base, per poi ridursi a 115. Nella stessa fase il rendimento del titolo italiano è arrivato al 4,71%, mentre quello tedesco è sceso intorno al 3,39%.

Il calo del rendimento del Bund non indica un peggioramento dei conti tedeschi, ma una corsa degli investitori verso gli strumenti considerati più sicuri. Quando gli acquisti aumentano, il prezzo delle obbligazioni sale e il rendimento diminuisce. Questo meccanismo ha amplificato lo spread italiano anche dopo la discesa del tasso sui Btp, tornato in chiusura verso il 4,6%.

Nell’ultima settimana il rendimento del decennale tedesco è diminuito di circa 24 punti base, mentre quelli francesi e italiani sono aumentati rispettivamente di 20 e 12 punti. La correzione è stata inoltre accentuata dai contratti derivati: alcuni operatori hanno dovuto chiudere le posizioni che puntavano su una performance migliore dei titoli italiani rispetto a quelli tedeschi.

L’Italia, con un rapporto debito-Pil superiore al 137%, negli ultimi anni aveva beneficiato della prudenza fiscale del governo Meloni, nonostante la crescita debole. La nuova ondata di vendite, tuttavia, nasce soprattutto dalle preoccupazioni sulla Francia e finisce per coinvolgere anche la Penisola. Nella stessa giornata sono stati colpiti i titoli della Grecia e quelli del Regno Unito, dove il rendimento dei decennali ha oltrepassato il 6%, ai massimi dal 1998.

Chiedi a Readoo3 / 3 oggi

Fai una domanda su questo articolo o sul suo argomento: l'AI risponde in modo pertinente.


Petrolio e tassi tengono alta la tensione

Il secondo fronte è quello dell’inflazione. La corsa del petrolio, sostenuta dal conflitto in Medio Oriente, alimenta il timore che i prezzi restino elevati più a lungo. In Europa questo scenario potrebbe spingere la Banca centrale europea a valutare un ulteriore rialzo dei tassi a ottobre, rendendo più oneroso il rifinanziamento dei debiti pubblici e privati.

Anche gli Stati Uniti stanno affrontando una fase difficile sul mercato obbligazionario. Il rendimento del decennale del Tesoro americano è salito giovedì al 5,34%, il valore più alto dal 2002. A pesare era soprattutto l’ipotesi che un’economia ancora solida potesse costringere la Federal Reserve a mantenere il costo del denaro su livelli elevati per evitare una nuova accelerazione dell’inflazione.

Il debito pubblico statunitense ha superato in agosto la soglia record di 40.000 miliardi di dollari. Un aumento prolungato dei tassi renderebbe quindi più costoso rinnovare le obbligazioni in scadenza. Venerdì, però, il rapporto sull’occupazione di settembre ha mostrato solo 29mila nuovi posti di lavoro, contro i 90mila attesi, mentre la disoccupazione è salita dal 4,1% al 4,2%.

La reazione è stata immediata: il rendimento del decennale americano è sceso al 5,18%. Un mercato del lavoro meno vivace riduce infatti la probabilità che la banca centrale debba procedere con nuovi aumenti dei tassi, perché diminuisce il rischio di una ripartenza dell’inflazione alimentata dalla crescita.


L’intelligenza artificiale aumenta l’offerta

A rendere più complesso il quadro contribuiscono le grandi società tecnologiche. Amazon, Alphabet, Meta, Microsoft e Oracle stanno destinando somme ingenti a centri dati, semiconduttori e infrastrutture necessarie per sviluppare i servizi di intelligenza artificiale. Per sostenere questi investimenti ricorrono sempre più spesso al mercato obbligazionario.

Secondo Morgan Stanley, le emissioni mondiali di debito legate all’intelligenza artificiale potrebbero avvicinarsi quest’anno a 570 miliardi di dollari. Gli Stati, dunque, non sono gli unici grandi debitori in cerca di capitali: alle loro necessità si sommano quelle delle aziende impegnate nella costruzione delle nuove infrastrutture tecnologiche.

L’aumento dell’offerta può spingere verso l’alto i rendimenti, soprattutto se la domanda degli investitori non cresce allo stesso ritmo. Inoltre, secondo un’analisi di Ing, la stessa espansione dell’intelligenza artificiale potrebbe sostenere nel tempo aspettative più elevate su crescita e produttività. Se queste previsioni si consolidassero, aumenterebbero anche i tassi reali, cioè quelli depurati dall’inflazione.

Il risultato sarebbe un costo del denaro più alto per tutti i soggetti che devono rinnovare i propri debiti: governi, imprese e famiglie. È questa la somma dei diversi fattori che ha riportato volatilità sui titoli di Stato e ha trasformato il caso francese in una fonte di pressione per l’intero mercato europeo.

Ti è piaciuto? Condividilo

Continua a leggere