Reggio Calabria manda un segnale: il bivio per Meloni e Vannacci
Il voto calabrese ridimensiona le aspettative sulle primarie e riapre il confronto su legge elettorale, alleanze e tempi delle prossime Politiche.
Il dato più difficile da ignorare arriva dall’affluenza: alle urne si è presentato appena il 22,34% degli aventi diritto nei circa 70 comuni del collegio. Quattro anni fa aveva votato il 49,40%. Un astensionismo così marcato suggerisce che il campo largo avrebbe bisogno di parlare soprattutto di programmi e impegni concreti, invece di concentrarsi sulle proprie divisioni interne.
La stessa discussione sulle primarie rischia quindi di perdere centralità. Senza una proposta comune e riconoscibile, la scelta del candidato alla guida dell’alleanza non basterebbe a restituire credibilità a un’area che deve ancora chiarire quale futuro intenda proporre agli elettori.
La riforma resta appesa ai ricorsi
A Milano è stata avviata un’iniziativa per portare davanti alla Corte Costituzionale i ricorsi relativi ai possibili profili di illegittimità della nuova legge elettorale. Se il testo venisse esaminato prima delle elezioni, lo scenario potrebbe cambiare anche sul tema dell’indicazione preventiva del leader.
L’incertezza sul destino della riforma rende ancora più urgente, per il campo largo, la ricerca di un’intesa sui contenuti. Investire tutte le energie sulle primarie, mentre la legge potrebbe essere modificata o rimessa in discussione, rischia di lasciare in secondo piano il problema principale: costruire un programma condiviso.
Un risultato piccolo ma rivelatore
Nel collegio di Reggio Calabria Fabio Roscioli ha conquistato il seggio con il 51,02% dei voti. Il candidato del centrodestra, tesoriere di Forza Italia e vicino alla famiglia Berlusconi, ha preceduto Frank Benedetto, espressione dell’alleanza che riunisce le opposizioni dal M5S a Italia Viva, fermatosi al 36,59%.
Domenico Giannetta, candidato di Futuro Nazionale ed ex capogruppo di Forza Italia in Consiglio regionale, ha ottenuto il 10,94%. La percentuale è leggermente superiore alle stime nazionali attribuite finora al movimento dell’ex generale, accreditato intorno al 10%, ma non ha prodotto quel risultato dirompente che alcuni osservatori attendevano.
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Il calcolo di Vannacci
In un sistema sostanzialmente proporzionale, Vannacci avrebbe convenienza a correre autonomamente. Con una quota vicina al 10%, secondo le proiezioni richiamate nell’analisi, il suo movimento potrebbe arrivare a circa 40 seggi alla Camera e 20 al Senato: una consistenza parlamentare poco inferiore a quella attuale del Pd, simile a quella della Lega e superiore a Forza Italia e M5S.
Il quadro cambierebbe soltanto con l’eventuale premio di maggioranza, che richiederebbe il raggiungimento del 42% dei voti. Senza un’intesa con il centrodestra, un traguardo del genere appare però irrealizzabile. Per questo, allo stato attuale, un accordo immediato non sembrerebbe conveniente per Vannacci.
Meloni davanti a una scelta
La prospettiva di un movimento autonomo dell’ex generale mette in difficoltà la strategia di Giorgia Meloni. La riforma elettorale era stata concepita quando Vannacci non rappresentava ancora un fattore politico visibile e puntava anche a ridurre il rischio di una sconfitta alle urne.
Alla Camera, la votazione conclusiva sul provvedimento si svolgerà a scrutinio segreto. Un’eventuale bocciatura potrebbe consentire alla presidente del Consiglio di attribuire ad altri la responsabilità dello stop e di motivare la richiesta di elezioni anticipate, lasciando al Presidente della Repubblica la valutazione istituzionale sulla possibilità di sciogliere le Camere.
Il fattore tempo pesa, tuttavia, sulla scelta. Meloni ha già avviato il confronto elettorale e potrebbe arrivare logorata a una scadenza naturale fissata troppo avanti. Se il consenso di Vannacci continuerà a crescere, anticipare il voto diventerebbe più conveniente per il centrodestra, prima che il nuovo concorrente consolidi ulteriormente la propria forza.
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