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Attualità 4 min di lettura1 ora fa

Rapid, il piano per uniformare diagnosi e cure dell’Alzheimer

Il documento Rapid riunisce 55 indicazioni e organizza i servizi su tre livelli, con regia regionale

Un documento con 55 raccomandazioni propone di rendere più omogenea in Italia la diagnosi e l’assistenza alle persone con Alzheimer.

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Un percorso uguale in tutte le Regioni

Il progetto Rapid è stato indicato come riferimento operativo per le autorità sanitarie chiamate a riorganizzare i servizi. Il modello consente di stabilire numero e posizione delle Unità di valutazione multidimensionale, dei centri Spoke e dei centri Hub in base alle strutture disponibili e alla densità della popolazione.

Per Patrizia Spadin, rappresentante dell’Associazione italiana malattia di Alzheimer, le famiglie devono poter contare su indicazioni comprensibili e interlocutori continuativi. «La qualità e i tempi della diagnosi e della presa in carico dipendono ancora troppo dalla Regione in cui si vive», ha affermato, ricordando che circa l’80% dei costi ricade direttamente sui nuclei familiari.

Il documento è stato pubblicato su Neurological Sciences dopo il lavoro di un gruppo multidisciplinare composto da 13 specialisti e da un rappresentante dei pazienti. Tutte le 55 proposte esaminate hanno ottenuto il consenso degli esperti.


La rete in tre livelli

Il progetto prevede una struttura regionale di coordinamento, guidata da un responsabile della rete. A questo organismo spettano la supervisione del percorso diagnostico e terapeutico, la distribuzione dei servizi in rapporto alla domanda e la verifica dei risultati tramite indicatori comuni.

Il primo livello comprende i servizi territoriali. Il medico di medicina generale valuta le condizioni cognitive e la fragilità, quindi indirizza la persona verso un centro Spoke nei casi di declino lieve oppure verso un’Unità di valutazione multidimensionale, collocata nelle Case di comunità o in strutture distrettuali equivalenti, quando la fragilità è grave o la demenza è avanzata.

I centri Spoke eseguono gli accertamenti clinici, neuropsicologici e neuroradiologici e seguono nel tempo le persone con decadimento cognitivo lieve o demenza. I centri Hub completano invece gli approfondimenti, verificano l’idoneità alle nuove terapie e, quando autorizzati, gestiscono prescrizione, somministrazione e controlli.

La proposta non richiede la costruzione di nuove strutture: gli attuali Centri per i disturbi cognitivi e le demenze potranno assumere il ruolo di Spoke o Hub in base alle competenze, all’organizzazione e alle dotazioni presenti.


Requisiti per le nuove terapie

Alle Regioni viene chiesto di concordare con il ministero della Salute criteri precisi per strutture, personale e organizzazione dei centri Hub. La capacità di cura dovrà essere programmata considerando infusioni, visite di controllo e risonanze magnetiche necessarie per il monitoraggio.

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Le raccomandazioni indicano inoltre protocolli condivisi per la risonanza magnetica e gli esami neuropsicologici, modelli uniformi per i referti dei biomarcatori e un’introduzione graduale dei biomarcatori plasmatici. La telemedicina potrà facilitare i rapporti tra i diversi livelli e avvicinare alcune prestazioni ai pazienti.

Sono previsti anche servizi strutturati di informazione e sostegno per le persone malate e per chi le assiste. La comunicazione dovrebbe accompagnare l’intero percorso e consentire una partecipazione consapevole alle decisioni terapeutiche, nel rispetto della volontà del paziente.


Dati, analisi e differenze territoriali

Le stime 2025 di Alzheimer Europe indicano in circa 1,4 milioni le persone con demenza in Italia, tra cui circa 600mila malati di Alzheimer. La spesa complessiva raggiunge circa 15,6 miliardi di euro ogni anno, con una quota vicina all’80% sostenuta direttamente dalle famiglie.

L’assistenza fa capo ai Centri per i disturbi cognitivi e le demenze, ma le Regioni presentano ancora differenze rilevanti per risorse, lavoro tra professionisti e disponibilità di strumenti diagnostici avanzati. L’attuazione del Dm 77/2022 e l’arrivo dei trattamenti capaci di modificare il decorso della malattia rendono necessaria la conferma biologica della diagnosi, una valutazione collegiale dell’idoneità e controlli regolari con risonanza magnetica.

Il progetto ha esaminato l’organizzazione di 7 centri italiani distribuiti in aree geografiche diverse. Le interviste a operatori clinici e gestionali hanno permesso di ricostruire i percorsi già attivi e il livello di preparazione delle strutture; il confronto è stato completato con l’analisi di indicazioni nazionali e internazionali e di modelli adottati all’estero.

Le raccomandazioni sono state sottoposte al metodo Rand/Ucla di valutazione dell’appropriatezza, una procedura di consenso riconosciuta a livello internazionale. Nel gruppo erano presenti 6 neurologi, 2 geriatri, un neuroradiologo, un medico di medicina generale, 2 esperti di programmazione sanitaria e un rappresentante di Aima.

Mario Zappia, professore all’università degli Studi di Catania e presidente della Società italiana di neurologia, ha spiegato che la diagnosi precoce richiede selezione corretta dei pazienti e controlli organizzati. «Con il progetto Rapid abbiamo tradotto il confronto tra competenze diverse e le evidenze disponibili in raccomandazioni concrete», ha dichiarato.

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