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Attualità 3 min di lettura1 ora fa

Progetto Rapid, rete a tre livelli per curare l’Alzheimer

Tredici esperti hanno definito 55 indicazioni per diagnosi, assistenza e accesso alle nuove terapie in Italia

Un documento di consenso propone una rete coordinata su tre livelli per migliorare la diagnosi e l’assistenza alle persone con malattia di Alzheimer in Italia. Il progetto Rapid ha raccolto 55 raccomandazioni, approvate da un gruppo multidisciplinare di 13 esperti, per accompagnare anche l’introduzione dei trattamenti capaci di modificare il decorso della malattia.

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I numeri della malattia

Secondo le stime 2025 di Alzheimer Europe, nel nostro Paese convivono con una forma di demenza circa 1,4 milioni di persone. Per circa 600mila di loro la diagnosi è quella di Alzheimer. Il costo complessivo raggiunge 15,6 miliardi di euro ogni anno e quasi l’80% della spesa ricade direttamente sui nuclei familiari.

L’assistenza passa oggi dai Centri per i disturbi cognitivi e le demenze, ma le differenze tra Regioni riguardano personale, dotazioni, collaborazione tra specialisti e possibilità di accedere agli esami più avanzati. L’applicazione del decreto ministeriale 77/2022 e l’arrivo delle nuove terapie rendono necessario un modello più uniforme: i trattamenti richiedono infatti una conferma biologica della malattia, una valutazione collegiale dei pazienti e controlli periodici con risonanza magnetica.


Come funzionerà la rete

Il piano prevede un coordinamento regionale con un responsabile del percorso diagnostico e terapeutico. A questo organismo spetterebbero anche la valutazione del fabbisogno, l’organizzazione dei servizi e il controllo dei risultati attraverso indicatori condivisi. La rete sarebbe composta da servizi territoriali, centri Spoke e centri Hub, utilizzando le strutture già presenti.

Il medico di medicina generale avrebbe il compito di svolgere una prima valutazione cognitiva e della fragilità. I casi lievi verrebbero indirizzati ai centri Spoke, incaricati degli esami clinici, neuropsicologici e neuroradiologici e della presa in carico nel tempo; per le situazioni più complesse, il riferimento sarebbe invece rappresentato dalle Unità di valutazione multidimensionale collocate nelle Case di comunità o in strutture distrettuali equivalenti.

I centri Hub completerebbero gli accertamenti e stabilirebbero, con un’équipe specialistica, l’eventuale accesso alle terapie. Quelli autorizzati potrebbero prescrivere, somministrare e controllare i trattamenti. Un Centro per i disturbi cognitivi e le demenze potrebbe assumere il ruolo di Spoke oppure di Hub in base alle competenze, all’organizzazione e alle risorse disponibili.


Indicazioni per diagnosi e terapie

Il documento chiede alle Regioni, insieme al ministero della Salute, di fissare requisiti verificabili per i centri Hub. La programmazione dovrebbe considerare la capacità effettiva di ciascuna struttura, comprese infusioni, visite e risonanze, garantendo al paziente la possibilità di rivolgersi al centro della propria area di residenza.

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Tra le proposte figurano protocolli comuni per la risonanza magnetica e la valutazione neuropsicologica, modelli uniformi per i referti dei biomarcatori e una graduale diffusione degli esami ematici. La telemedicina potrebbe facilitare il collegamento tra i diversi livelli e portare alcune prestazioni più vicino ai pazienti.

Il progetto è nato da un’analisi svolta in sette centri italiani e da un confronto tra linee guida nazionali e internazionali. Le indicazioni sono state poi esaminate con il metodo Rand/Ucla, coinvolgendo neurologi, geriatri, un neuroradiologo, un medico di medicina generale, esperti di programmazione sanitaria e una rappresentante dell’Associazione italiana malattia di Alzheimer.

«Intervenire precocemente richiede una diagnosi tempestiva, una selezione appropriata dei pazienti e un monitoraggio strutturato», ha affermato Mario Zappia, professore all’Università degli Studi di Catania e presidente della Società italiana di neurologia.


Il sostegno a pazienti e familiari

Le raccomandazioni prevedono anche un percorso continuativo di informazione e consulenza per le persone malate e per chi le assiste. L’obiettivo è coinvolgere pazienti e caregiver nelle decisioni e mantenere un riferimento stabile dalle prime valutazioni alle fasi più avanzate della malattia.

Patrizia Spadin, dell’Associazione italiana malattia di Alzheimer, ha richiamato il peso economico e assistenziale sostenuto dalle famiglie e le differenze ancora presenti tra territori. Il documento è destinato alle autorità sanitarie regionali come base per organizzare i servizi, adattando numero e collocazione delle unità e dei centri alle strutture disponibili e alla popolazione di riferimento.

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