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Attualità 3 min di lettura1 ora fa

Quattro italiani morti in Bosnia, il ruolo della missione europea

L’incidente ha coinvolto un elicottero Chinook impegnato nell’operazione Eufor Althea: undici i militari feriti

Quattro militari italiani sono morti in Bosnia nell’incidente di un elicottero CH-47 Chinook impiegato nell’operazione europea Eufor Althea. Altre undici persone sono rimaste ferite.

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La missione in Bosnia

L’operazione è attiva dal 2 dicembre 2004, quando l’Unione europea assunse dalla Nato la guida della missione internazionale nel Paese. Il mandato, autorizzato dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, comprende il mantenimento di un ambiente sicuro, il controllo dell’attuazione militare degli accordi di Dayton e il sostegno alle forze armate bosniache.

Eufor Althea conta circa 1.200 militari. I suoi reparti svolgono pattugliamenti, sorveglianza, addestramento ed esercitazioni, mantenendo contatti regolari con le autorità e le comunità locali. La missione può inoltre intervenire direttamente se le condizioni di sicurezza dovessero peggiorare.

L’Italia ha un ruolo significativo nell’operazione. Dal 21 gennaio 2026 il comando è affidato al generale di divisione Maurizio Fronda. Per quest’anno il Parlamento ha autorizzato un contingente nazionale fino a 320 militari, affiancati da mezzi terrestri e componenti aeree. Il personale italiano comprende unità dell’Esercito impegnate nella sorveglianza e nella raccolta di informazioni, reparti di fanteria e assetti dell’Aviazione dell’Esercito.


L’eredità degli accordi Dayton

Gli accordi furono negoziati nel novembre 1995 nella base statunitense di Wright-Patterson, in Ohio, da Slobodan Milošević, Franjo Tuđman e Alija Izetbegović, con la mediazione diplomatica di Richard Holbrooke. La firma formale arrivò a Parigi il 14 dicembre, dopo una guerra costata circa centomila vite e la fuga o lo sfollamento di milioni di persone.

Il compromesso pose fine ai combattimenti, ma lasciò intatte molte fratture politiche ed etniche. La Bosnia-Erzegovina venne articolata nella Federazione di Bosnia-Erzegovina e nella Republika Srpska, con una presidenza composta da tre membri e un sistema istituzionale fondato su rappresentanza e poteri di veto.

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Questo modello, pensato per impedire il ritorno alla guerra, ha spesso rallentato il funzionamento dello Stato. Le rivendicazioni separatiste, le contestazioni rivolte agli organi centrali e l’instabilità politica spiegano perché sia ancora necessaria una presenza militare internazionale.


Difesa europea e sicurezza

Althea rappresenta una delle operazioni attraverso cui l’Unione europea esercita responsabilità militari all’estero. Nel Mediterraneo la missione Irini contribuisce al controllo dell’embargo sulle armi diretto alla Libia; nel Mar Rosso Aspides protegge il traffico commerciale; nell’Oceano Indiano Atalanta opera per la sicurezza delle rotte marittime. Eumam Ukraine è invece dedicata alla formazione dei militari ucraini.

In alcune di queste attività l’Italia occupa posizioni di rilievo, compreso il comando strategico di Irini, con sede a Roma. La cooperazione europea, tuttavia, non equivale alla disponibilità di un esercito federale: uomini, mezzi e capacità operative dipendono ancora dai governi nazionali, mentre diversi strumenti essenziali restano collegati alla Nato e agli Stati Uniti.

Su questa distanza si concentrano il programma Safe, che mette a disposizione 150 miliardi di euro in prestiti per investimenti e acquisti comuni, e il piano di preparazione militare dell’Unione al 2030, inizialmente indicato con il nome “Rearm”.

L’esperienza bosniaca mostra che la cessazione dei combattimenti non elimina automaticamente le cause dell’instabilità. Per questo, nel dibattito sul sostegno all’Ucraina, la fine delle ostilità viene considerata distinta dalla costruzione di garanzie di sicurezza durature: senza un equilibrio credibile, i costi del conflitto possono protrarsi negli anni e ricadere su altri Paesi.

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