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Attualità 3 min di lettura1 ora fa

Althea: quattro militari italiani morti nell’incidente in Bosnia

L’operazione Althea è attiva dal 2004: Roma può schierare fino a 320 militari nel 2026

La pace raggiunta in Bosnia nel 1995 non ha cancellato la necessità di una presenza militare internazionale. A Brčko, quattro italiani sono morti in un incidente che ha coinvolto un elicottero CH-47 Chinook della missione europea Eufor Althea; altre undici persone sono rimaste ferite.

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Il peso della stabilità bosniaca

Gli accordi di Dayton furono firmati a Parigi il 14 dicembre 1995, dopo i negoziati condotti nel novembre dello stesso anno alla base di Wright-Patterson, in Ohio. Il confronto coinvolse Slobodan Milošević, Franjo Tuđman e Alija Izetbegović, con la mediazione diplomatica statunitense di Richard Holbrooke.

Quel compromesso mise fine a un conflitto costato circa centomila vittime e lo spostamento di milioni di persone. La soluzione istituzionale, però, mantenne le divisioni etniche dentro l’organizzazione dello Stato, articolato nella Federazione di Bosnia-Erzegovina e nella Republika Srpska, con una presidenza a tre e numerosi meccanismi di veto.

L’architettura pensata per impedire il ritorno delle violenze ha spesso rallentato il funzionamento delle istituzioni centrali. Le spinte separatiste e le tensioni politiche hanno così reso necessaria la permanenza di forze internazionali, anche dopo oltre tre decenni dalla fine della guerra.


La missione guidata dall’Unione europea

Dal 2 dicembre 2004 l’Unione europea dirige Althea, subentrata alla Nato con un mandato del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Oggi l’operazione dispone di circa 1.200 militari e punta a mantenere condizioni di sicurezza, verificare l’applicazione della parte militare degli accordi di Dayton e formare le forze armate bosniache.

Il compito non si limita alla sorveglianza. I contingenti effettuano pattugliamenti, addestramenti e controlli, mantenendo contatti regolari con le autorità e con le comunità locali. Il mandato consente inoltre di intervenire qualora la situazione interna peggiori.

L’Italia ha assunto il comando il 21 gennaio 2026, quando il generale di divisione Maurizio Fronda è diventato responsabile della missione. Per quest’anno il Parlamento ha previsto una presenza nazionale fino a 320 militari, sostenuta da mezzi terrestri e componenti aeree; il personale italiano comprende unità dell’Esercito, reparti di fanteria e specialisti impegnati nella vigilanza e nell’analisi delle informazioni.


Le capacità militari dell’Europa

Althea mostra il funzionamento concreto della cooperazione europea: l’indirizzo politico è dell’Unione, mentre i singoli Stati mettono a disposizione uomini e mezzi. Alcune funzioni di comando e pianificazione vengono garantite attraverso gli accordi Berlin Plus con la Nato.

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L’Unione conduce anche altre operazioni: Irini controlla l’embargo sulle armi diretto alla Libia, Aspides protegge il traffico commerciale nel Mar Rosso, Atalanta opera per la sicurezza delle rotte nell’Oceano Indiano ed Eumam Ukraine addestra i militari ucraini. Roma partecipa a più missioni e ospita nella capitale il quartier generale del comando strategico di Irini.

Questa esperienza non equivale però alla disponibilità di un esercito federale. Le risorse restano nelle mani dei governi nazionali e, per molte capacità decisive, l’Europa continua a dipendere dalla Nato e dagli Stati Uniti. Il programma Safe, con 150 miliardi di euro in prestiti per acquisti e investimenti comuni, e il piano di preparazione militare al 2030 mirano a ridurre questa distanza; quest’ultimo era stato inizialmente indicato con il nome “Rearm”.


Il confronto con la guerra in Ucraina

Secondo Carlo Masala, professore all’Università della Bundeswehr di Monaco, una vittoria russa potrebbe essere seguita da un’azione ostile del Cremlino per mettere alla prova l’articolo 5 della Nato. Non esiste una certezza sull’esito, ma diversi analisti e servizi d’intelligence ritengono possibile un tentativo nei prossimi anni.

Anche i calcoli economici contraddicono l’idea che la resa di Kiev permetterebbe all’Europa di risparmiare. Una valutazione del Kiel Institute for the World Economy, pubblicata nel 2024, stimava per la Germania costi successivi da dieci a venti volte maggiori rispetto alla prosecuzione degli aiuti militari all’Ucraina, nell’ipotesi di una loro interruzione e di un’avanzata russa.

Il caso bosniaco mostra che un accordo può bloccare i combattimenti senza rimuovere le cause della crisi. Dayton ha garantito 31 anni senza una nuova guerra, ma la Bosnia continua ad avere bisogno di soldati stranieri per preservare l’equilibrio interno.

La stessa esperienza indica il possibile prezzo di una cessazione delle ostilità in Ucraina priva di garanzie credibili. Un negoziato può fermare gli scontri, ma i costi della sicurezza rischierebbero di protrarsi sulle frontiere europee e sulle generazioni chiamate a difenderle.

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