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Attualità 4 min di lettura1 ora fa

Bosnia, quattro italiani morti nell’incidente di un elicottero

L’equipaggio operava per Eufor Althea: undici militari sono rimasti feriti nella regione di Brčko

Quattro militari italiani sono morti nello schianto di un elicottero CH-47 Chinook impegnato nella missione europea Eufor Althea, nella regione bosniaca di Brčko. Nell’incidente sono rimaste ferite altre undici persone.

La tragedia riporta l’attenzione sulla presenza internazionale in Bosnia e sul costo della stabilità anche dopo la conclusione di un conflitto. Il Paese non combatte una nuova guerra da 31 anni, ma continua a dipendere da una missione militare esterna per contenere le tensioni politiche e garantire la sicurezza.

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Una pace ancora sorvegliata

Gli accordi di Dayton furono negoziati nel novembre 1995 nella base statunitense di Wright-Patterson, in Ohio, da Slobodan Milošević, Franjo Tuđman e Alija Izetbegović, con la mediazione diplomatica di Richard Holbrooke. La firma ufficiale arrivò a Parigi il 14 dicembre dello stesso anno, dopo una guerra costata circa centomila vittime e la fuga o lo sfollamento di milioni di persone.

L’intesa fermò le ostilità, ma costruì un sistema istituzionale basato sulle divisioni tra comunità. La Bosnia-Erzegovina venne articolata nella Federazione di Bosnia-Erzegovina e nella Republika Srpska, affiancate da una presidenza composta da tre membri e da numerosi meccanismi di veto.

Quell’architettura ha contribuito a evitare il ritorno del conflitto, ma ha spesso rallentato il funzionamento delle istituzioni centrali. Le spinte separatiste, le contestazioni dell’autorità statale e la debolezza del sistema politico hanno mantenuto necessario il presidio internazionale.


Il mandato di Eufor Althea

Dal 2 dicembre 2004 l’Unione europea ha assunto dalla Nato la guida dell’operazione di stabilizzazione. Eufor Althea, autorizzata dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, schiera oggi circa 1.200 militari con il compito di mantenere condizioni di sicurezza, verificare l’applicazione della parte militare degli accordi di Dayton e formare le forze armate bosniache.

L’operazione non si limita a un’attività di osservazione. Il mandato consente di intervenire se la situazione peggiora; i reparti conducono addestramenti, controlli sul territorio e attività di sorveglianza, mantenendo contatti regolari con le autorità e le comunità locali.

A guidare la missione dal 21 gennaio 2026 è il generale di divisione Maurizio Fronda. L’Italia aveva già assunto il comando nel 2005-2006 e nel 2008-2009. Per quest’anno il Parlamento ha previsto un contingente nazionale fino a 320 militari, sostenuto da mezzi terrestri e componenti aeree.

Il contributo italiano comprende personale dell’Esercito per il controllo del territorio e la raccolta di dati, reparti di fanteria e mezzi dell’Aviazione dell’Esercito. La cooperazione si basa su una direzione politica europea, su forze messe a disposizione dai singoli Stati e su capacità di comando e pianificazione collegate alla Nato attraverso gli accordi Berlin Plus.

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Le missioni europee all’estero

Eufor Althea è una delle operazioni militari già condotte dall’Unione europea. Nel Mediterraneo, Irini verifica soprattutto il rispetto dell’embargo sulle armi destinato alla Libia; nel Mar Rosso Aspides tutela il traffico commerciale; nell’Oceano Indiano Atalanta contribuisce alla protezione delle rotte marittime.

Eumam Ukraine, invece, addestra i militari ucraini. L’Italia partecipa a più di queste attività e ospita a Roma il quartier generale dal quale viene diretto il comando strategico di Irini.

Questa rete dimostra che l’Unione dispone di missioni, strutture di comando e una pratica operativa condivisa. Restano però assenti un esercito federale e una capacità autonoma sufficiente per sostenere da soli una guerra convenzionale di grandi proporzioni. Truppe e mezzi dipendono dalle decisioni dei governi nazionali, mentre alcune risorse decisive sono ancora legate alla Nato e agli Stati Uniti.


I costi dopo la guerra

Il caso bosniaco mostra perché la cessazione dei combattimenti non coincide necessariamente con la scomparsa del rischio. Un accordo può bloccare le armi senza rimuovere le tensioni politiche e territoriali che hanno alimentato il conflitto.

La stessa considerazione riguarda il dibattito sull’Ucraina. Secondo una stima del Kiel Institute for the World Economy elaborata nel 2024, per la Germania un’interruzione degli aiuti occidentali, seguita da un’avanzata russa, avrebbe prodotto nei cinque anni successivi costi economici tra dieci e venti volte più elevati rispetto alla prosecuzione del sostegno militare a Kiev.

La valutazione dipende dalle ipotesi dello studio, ma mette in discussione l’idea che una resa porterebbe automaticamente a un risparmio. Un’Ucraina disarmata e sottoposta all’influenza di Mosca sposterebbe la pressione strategica verso i confini di Polonia, Slovacchia e Romania, imponendo per anni spese aggiuntive per difesa aerea, intelligence, infrastrutture e controllo delle frontiere.

Nessuno può prevedere se una vittoria russa produrrebbe una nuova invasione. Diversi esperti e servizi d’intelligence, tuttavia, temono che il Cremlino possa mettere alla prova la tenuta dell’articolo 5 della Nato nei prossimi anni, come ha osservato Carlo Masala, docente all’Università della Bundeswehr di Monaco.

Per ridurre la distanza tra gli impegni assunti e gli strumenti disponibili, l’Europa ha avviato il programma Safe, che prevede 150 miliardi di euro in prestiti per acquisti comuni e investimenti nel settore militare, insieme al piano di preparazione alla difesa entro il 2030. La Bosnia ricorda che la stabilità richiede una presenza prolungata; la guerra in Ucraina mostra quanto possa diventare alto il prezzo di una sicurezza lasciata senza garanzie.

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