Bosnia, quattro italiani morti nella missione Eufor Althea
L’incidente riapre il tema dei costi della stabilizzazione e del ruolo europeo nella sicurezza del continente
Quattro militari italiani hanno perso la vita nell’incidente di un elicottero CH-47 Chinook impegnato nella missione europea Eufor Althea, nella regione bosniaca di Brčko. Altre undici persone sono rimaste ferite.
La tragedia richiama l’attenzione sul prezzo della stabilità garantita in Bosnia-Erzegovina da una presenza internazionale ancora necessaria. E mette in discussione l’idea che interrompere una guerra significhi automaticamente ridurre gli impegni politici, militari ed economici dell’Europa.
GioiaPura
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La presenza europea in Bosnia
Gli accordi di Dayton, negoziati nel novembre 1995 e firmati a Parigi il 14 dicembre dello stesso anno, posero fine a un conflitto costato circa 100mila vite e provocato milioni di profughi e sfollati. Il compromesso fu raggiunto dai presidenti Slobodan Milošević, Franjo Tuđman e Alija Izetbegović con la mediazione diplomatica degli Stati Uniti e di Richard Holbrooke.
La soluzione garantì la pace, ma mantenne profonde divisioni etniche nella struttura dello Stato. La Bosnia-Erzegovina venne suddivisa nella Federazione di Bosnia-Erzegovina e nella Republika Srpska, con una presidenza tripartita e un sistema istituzionale fondato su rappresentanza e poteri di veto.
Questo impianto, pensato per scongiurare il ritorno dei combattimenti, ha spesso rallentato il funzionamento delle istituzioni centrali. Le spinte separatiste e le tensioni politiche hanno così mantenuto indispensabile il presidio internazionale.
Dal 2 dicembre 2004 l’Unione europea guida Eufor Althea, subentrata alla Nato. La missione, autorizzata dal Consiglio di sicurezza dell’Onu, riunisce circa 1.200 militari e ha il compito di preservare un ambiente sicuro, controllare l’attuazione della componente militare degli accordi di Dayton e sostenere l’addestramento delle forze armate bosniache.
Il contributo dell’Italia
Althea non svolge soltanto attività di osservazione. Il mandato consente ai militari di intervenire se la situazione dovesse peggiorare, oltre a prevedere pattugliamenti, esercitazioni, sorveglianza e contatti costanti con autorità e comunità locali.
L’Italia occupa una posizione rilevante nell’operazione. Dal 21 gennaio 2026 il comando è affidato al generale di divisione Maurizio Fronda; Roma aveva già diretto la missione nel 2005-2006 e nel 2008-2009.
Per il 2026 il Parlamento ha autorizzato un contingente nazionale fino a 320 militari, accompagnato da mezzi terrestri e risorse aeree. Il dispositivo comprende personale dell’Esercito impegnato nel controllo del territorio e nella raccolta di informazioni, reparti di fanteria e unità dell’Aviazione dell’Esercito.
La missione evidenzia il funzionamento concreto della cooperazione militare europea: l’indirizzo politico spetta all’Unione, mentre gli Stati mettono a disposizione uomini e mezzi. Una parte della pianificazione e della catena di comando viene assicurata attraverso gli accordi Berlin Plus con la Nato.
Le altre operazioni europee
L’Unione europea non dispone di un esercito federale, ma da anni conduce missioni militari fuori dai propri confini. Nel Mediterraneo l’operazione Irini contribuisce all’applicazione dell’embargo sulle armi diretto alla Libia; nel Mar Rosso Aspides protegge la navigazione commerciale e nell’Oceano Indiano Atalanta sostiene la sicurezza delle rotte marittime.
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Eumam Ukraine è invece dedicata alla formazione dei militari ucraini. L’Italia partecipa a diverse di queste attività e assicura anche il comando strategico di Irini, il cui quartier generale si trova a Roma.
Le capacità europee restano però legate alle decisioni dei governi nazionali. L’Unione possiede missioni, strutture di comando ed esperienza sul campo, ma non dispone da sola degli uomini e dei mezzi necessari per affrontare un conflitto convenzionale di grandi dimensioni. In diversi settori decisivi continua inoltre a dipendere dalla Nato e dagli Stati Uniti.
I costi di una resa
È su questa distanza tra responsabilità e strumenti disponibili che si concentra il rafforzamento della difesa europea. Il programma Safe prevede 150 miliardi di euro in prestiti per investimenti e acquisti comuni, mentre il piano di preparazione militare al 2030 punta ad ampliare le capacità degli Stati membri.
Un’analisi del Kiel Institute for the World Economy aveva stimato nel 2024 che, per la Germania, l’interruzione degli aiuti occidentali all’Ucraina e una conseguente avanzata russa avrebbero potuto produrre nei cinque anni successivi costi economici da dieci a venti volte superiori a quelli del proseguimento del sostegno militare a Kiev. La cifra dipende dalle ipotesi dello studio, ma mette in discussione l’equivalenza tra resa e risparmio.
Un’Ucraina disarmata e sottoposta all’influenza di Mosca porterebbe la presenza militare russa fino ai confini di Polonia, Slovacchia e Romania. Dopo la fine dei combattimenti, i Paesi europei potrebbero trovarsi a sostenere per decenni spese legate a difesa aerea, infrastrutture, raccolta di informazioni e controllo delle frontiere.
Non è possibile sapere se una vittoria russa condurrebbe a una nuova invasione. Tuttavia, diversi esperti e servizi di intelligence prevedono la possibilità che il Cremlino possa mettere alla prova nei prossimi anni la tenuta dell’articolo 5 della Nato, con un’azione ostile contro uno degli Stati dell’Alleanza.
La lezione della Bosnia
La situazione bosniaca mostra che un’intesa può fermare le armi senza eliminare le cause delle tensioni. Dayton ha impedito per 31 anni il ritorno della guerra, ma a distanza di decenni la stabilità del Paese richiede ancora la presenza di militari internazionali.
Le vicende di Bosnia-Erzegovina e Ucraina hanno origini, dimensioni e responsabilità diverse. La prima dimostra però quanto possano durare gli impegni necessari dopo la firma di un accordo e quanto sia complesso trasformare la cessazione delle ostilità in una sicurezza autonoma.
I quattro italiani morti a Brčko erano impegnati in un’operazione poco presente nel dibattito pubblico europeo, benché continui a garantire condizioni di sicurezza nella regione. Il loro sacrificio ricorda che la fine dei combattimenti non cancella automaticamente i rischi né i costi della pace.
Un cessate il fuoco può aprire la strada ai negoziati, ma senza garanzie credibili e un equilibrio di sicurezza duraturo il peso della guerra rischia di ricadere sugli anni successivi, sui Paesi confinanti e sulle generazioni chiamate a difenderli.
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