Pubblicità e giornali: la censura che non lascia tracce
L’inchiesta su Multiversity-Pegaso riaccende il tema dei rapporti tra redazioni, proprietari e inserzionisti, mentre i ricavi in calo rendono i quotidiani più vulnerabili alle pressioni economiche.
Il rischio più difficile da individuare per la libertà di stampa non è sempre l’ordine impartito da un editore o la telefonata di un politico. A volte coincide con una notizia mai cercata, un’inchiesta accantonata prima di nascere o un articolo addolcito per non compromettere un rapporto commerciale.
È questa la zona d’ombra riemersa con l’inchiesta napoletana su Multiversity-Pegaso. Le ipotesi degli investigatori, ancora da verificare, chiamano in causa il possibile uso della pubblicità e delle relazioni d’affari per ottenere attenzione favorevole, ridimensionare informazioni scomode o impedirne la pubblicazione.
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La dipendenza dagli inserzionisti cresce
I dati dell’Agcom aiutano a comprendere perché il problema sia diventato più delicato. Tra il 2020 e il 2024, gli introiti derivanti dalla vendita dei quotidiani sono scesi da 865 a 551 milioni di euro. Nello stesso periodo, la raccolta pubblicitaria è diminuita da 507 a 425 milioni.
La pubblicità, quindi, pesa oggi di più sul bilancio complessivo delle testate: la sua incidenza è passata dal 33,5 al 37,4 per cento. Un’impresa editoriale indebolita dalle perdite può diventare più esposta alle pressioni di chi acquista spazi pubblicitari. Non è necessario rilevare un giornale per condizionarne le scelte: in alcuni casi può essere sufficiente rappresentare una quota importante delle sue entrate.
Il condizionamento più efficace, tuttavia, è quello che non produce prove visibili. Un cronista può rinunciare a proporre un argomento, mentre un direttore può intuire in anticipo ciò che l’editore preferirebbe non vedere pubblicato. La notizia più importante, allora, è quella che non arriva mai in redazione.
Dai grandi editori ai casi recenti
La storia dell’editoria italiana mostra che il legame tra giornali e interessi economici non è una novità. Il Giorno nacque nell’orbita dell’Eni; La Stampa e poi Repubblica furono legati alla Fiat; Il Messaggero passò dall’area Montedison a quella di Caltagirone. Negli anni Ottanta, il Corriere della Sera venne sostenuto da Fiat, Pirelli, Montedison e Mediobanca.
In simili assetti, non era sempre indispensabile un intervento esplicito. La redazione poteva conoscere da sola i temi da trattare con cautela. Un episodio più recente riguarda Repubblica: nell’aprile 2024, quando il quotidiano apparteneva ancora agli Agnelli-Elkann, centomila copie di Affari & Finanza furono mandate al macero perché contenevano un articolo di Giovanni Pons su Stellantis.
La redazione sfiduciò il direttore con 164 voti contro 55. A settembre 2026, con un proprietario e un direttore diversi, lo stesso comitato di redazione è tornato a protestare dopo un’intervista a John Elkann giudicata poco incisiva. Carlo Calenda ha inoltre accusato più volte Repubblica di non avere raccontato con sufficiente autonomia la crisi di Stellantis e il rapporto dell’azienda con gli aiuti pubblici.
Fai una domanda su questo articolo o sul suo argomento: l'AI risponde in modo pertinente.
L’inchiesta riapre il confronto
Nelle carte dell’indagine su Multiversity-Pegaso compaiono alcuni dei principali quotidiani e diverse figure di rilievo: Mario Orfeo per Repubblica, Andrea Malaguti per La Stampa, Claudio Cerasa per il Foglio, Francesco Cancellato per Fanpage e Peter Gomez per il Fatto Quotidiano. Si tratta di ricostruzioni investigative che dovranno essere dimostrate; inoltre, non ogni condotta descritta negli atti configura automaticamente un reato.
L’inchiesta ha però riportato l’attenzione sul sistema delle garanzie. Nessuna intercettazione relativa al rapporto tra Pegaso e il mondo della stampa è stata pubblicata, nel rispetto della normativa, come ha osservato Claudio Caprara. La correttezza procedurale non esaurisce comunque la questione dell’indipendenza editoriale.
I comitati di redazione di Corriere della Sera, Repubblica, Sole 24 Ore e La Stampa hanno ribadito ieri che «la distinzione tra attività giornalistica, interessi degli inserzionisti e strategie commerciali delle aziende editoriali non può avere deroghe o zone grigie». Hanno anche richiamato la necessità di tutelare «la professionalità, la deontologia e la reputazione delle giornaliste e dei giornalisti».
Trasparenza per evitare condizionamenti
Affidare alla magistratura il compito di proteggere l’autonomia delle redazioni sarebbe contraddittorio e rischioso. Il diritto penale può intervenire su eventuali illeciti, ma non è in grado di individuare tutte le rinunce preventive, le autocensure e le scelte editoriali mai formalizzate.
Per ridurre il rischio servirebbero maggiore trasparenza sui rapporti economici più rilevanti, una separazione effettiva tra informazione e pubblicità e più autonomia professionale per i giornalisti. Resta da capire quale ruolo intendano assumere l’Ordine e la Federazione nazionale della stampa, oltre ai comitati di redazione delle testate coinvolte.
Il principio di fondo è netto: un giornale offre informazione ai cittadini e spazi commerciali alle imprese. Se i due piani finiscono per confondersi, la libertà di stampa può essere svuotata anche senza una censura dichiarata.
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