Primarie, il voto digitale spacca il centrosinistra: la sfida decisiva
Il Movimento 5 Stelle considera indispensabile la partecipazione a distanza, mentre nel Pd crescono le pressioni per urne fisiche e doppio turno.
Il primo ostacolo per le primarie del centrosinistra potrebbe arrivare ancora prima della scelta dei candidati: le forze della possibile coalizione non hanno la stessa idea sulle modalità di voto. Il Movimento 5 Stelle punta infatti sulla partecipazione digitale, mentre una parte consistente del Pd chiede consultazioni esclusivamente in presenza e articolate su due turni.
La trattativa formale sulle regole non è ancora partita, ma il tema è già emerso nella Direzione nazionale dem. La strada delle primarie appare più concreta dopo l’abbandono dell’ipotesi di un federatore esterno; restano tuttavia da definire sia il metodo di selezione sia gli equilibri politici tra Elly Schlein, Giuseppe Conte e gli altri alleati.
Per il M5S il digitale è decisivo
Nel Movimento 5 Stelle il voto a distanza viene considerato una condizione essenziale per rendere la competizione davvero aperta. «Senza voto online non è una vera partita», è la posizione ribadita dal partito, che immagina una procedura tramite Spid e con adeguate garanzie di controllo.
La richiesta non nasce soltanto da ragioni pratiche. I Cinquestelle ritengono che limitare la consultazione ai gazebo significherebbe affidarsi soprattutto alla struttura territoriale del Pd, ritenuta più organizzata. Per questo il Movimento intende portare il voto digitale al centro del futuro confronto sulle regole, anche se il negoziato non è ancora entrato nella fase operativa.
Già ad agosto Riccardo Ricciardi aveva indicato una formula molto ampia: consultazioni accessibili a tutti, senza tessere né registrazioni preventive, anche attraverso Internet. Il capogruppo alla Camera aveva inoltre sostenuto l’ipotesi di una sola votazione, con la vittoria assegnata al candidato più votato.
Nel Pd cresce la linea del voto fisico
Durante la riunione del partito, Simona Malpezzi ha sostenuto la necessità di primarie aperte e distribuite su due turni, chiedendo che l’espressione della preferenza avvenga nei seggi. A suo giudizio, la presenza fisica offrirebbe maggiori garanzie contro interferenze e possibili alterazioni del processo democratico.
Sandra Zampa ha assunto una posizione ancora più rigida, indicando l’esclusione del voto digitale come una priorità da condividere con l’intera coalizione. Il tema, quindi, non riguarda soltanto la comodità degli elettori, ma anche il peso che ciascun partito potrebbe riuscire a mobilitare nella consultazione.
Anche sul ballottaggio le distanze sono marcate. Nel Movimento prevale l’idea di una sfida unica, mentre i riformisti del Pd, insieme ad altri esponenti dem, preferiscono un secondo turno. Giorgio Gori ha spiegato che una prima votazione servirebbe ad ampliare la partecipazione e a evitare che le primarie si trasformino in una semplice prova di forza tra organizzazioni.
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Schlein frena sullo scontro interno
Elly Schlein, nel suo intervento alla Direzione, non ha concentrato il discorso sulle modalità tecniche del voto. La segretaria ha riportato l’attenzione sul confronto programmatico con gli alleati, precisando che l’unità non può tradursi in un’accettazione automatica delle proposte altrui: «Fare uno sforzo unitario non vuol dire dire di sì».
La linea indicata dal Pd prevede prima un’intesa sui contenuti e poi la definizione della leadership, attraverso l’indicazione del partito più votato oppure mediante primarie. Schlein ha rivendicato il ruolo del Pd come principale forza di opposizione e ha annunciato l’intenzione di fissare alcuni punti irrinunciabili, pur cercando un accordo complessivo.
La relazione della segretaria non ha però ricomposto le tensioni nella minoranza, che non ha partecipato al voto conclusivo. Il prossimo passaggio interno sarà l’assemblea nazionale del 18 ottobre. Intanto Dario Franceschini ha chiesto di archiviare il dibattito sul federatore e di concentrarsi su primarie capaci di tenere insieme la coalizione.
Andrea Orlando ha invece avvertito che le primarie non possono diventare il luogo in cui vengono semplicemente scaricate tutte le questioni politiche ancora irrisolte. Il rischio, secondo l’ex ministro, è che la consultazione finisca per accentuare le divisioni invece di risolverle.
Il federatore perde terreno
L’ipotesi di affidare la guida della coalizione a un “terzo nome” appare sempre meno concreta. Giuseppe Conte ha raccontato di aver dato disponibilità a valutare una figura di mediazione, ma di avere ricevuto un rifiuto dagli altri interlocutori. Nel Movimento, inoltre, non emergono profili alternativi considerati realmente praticabili.
Tra le possibilità ricordate c’è il rapporto di stima tra Conte e Roberto Gualtieri, ma il sindaco di Roma viene comunque percepito come espressione del Pd. La sua candidatura per il secondo mandato in Campidoglio rende inoltre improbabile un suo coinvolgimento nella corsa nazionale.
Per il M5S, a questo punto, le primarie rappresentano lo scenario preferito: consentirebbero di misurare il consenso dell’ex presidente del Consiglio e di portare nella competizione le proprie condizioni politiche. Prima, però, dovranno essere sciolti i nodi su voto digitale, turno unico, ballottaggio e programma.
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