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Attualità 3 min di lettura1 ora fa

Primarie, il bivio di Schlein: premier del centrosinistra o segretaria

Nel Partito democratico il confronto sulle future primarie si intreccia con le divisioni tra area riformista e sinistra interna, mentre cresce il dubbio sul doppio incarico.

Il vero nodo per Elly Schlein non riguarda soltanto la sfida con Giuseppe Conte alle eventuali primarie del centrosinistra. Nel Partito democratico si fa strada l’ipotesi che una sua vittoria possa essere accompagnata da una richiesta precisa: lasciare la guida del partito per diventare la candidata premier dell’intera coalizione.

La segretaria, secondo le indiscrezioni riportate nel dibattito interno, sarebbe convinta di poter prevalere su Conte. Allo stesso tempo, però, avrebbe interesse a rinviare il voto ai gazebo per consolidare la propria posizione nel Paese e tutelare il controllo del Nazareno.

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Il doppio incarico divide il partito

L’idea di separare la leadership del Pd dalla candidatura alla presidenza del Consiglio viene collegata alle parole di Dario Franceschini. In un’intervista a Repubblica, l’ex ministro ha sostenuto che il vincitore delle primarie dovrebbe rappresentare l’intero schieramento, non soltanto il partito di provenienza. Da qui nasce il possibile aut-aut: candidatura premier per Schlein, segreteria affidata a un reggente.

La questione potrebbe emergere con maggiore chiarezza dall’incontro di Montepulciano promosso dall’area riconducibile a Franceschini, Andrea Orlando e Roberto Speranza. Un messaggio rivolto alla segretaria potrebbe essere questo: sostegno alla sua corsa, ma rinuncia alla guida del Pd in caso di vittoria. Per Schlein, una prospettiva tutt’altro che rassicurante, soprattutto perché lascerebbe aperto il rischio di nuove tensioni interne.


Riformisti contro la linea più a sinistra

Il confronto tra le correnti si è manifestato anche attraverso due appuntamenti distinti. A Orvieto, l’assemblea annuale di LibertàEguale riunisce esponenti dell’area riformista come Paolo Gentiloni, Giorgio Gori, Lia Quartapelle, Stefano Ceccanti, Claudia Mancina, Piero Fassino e Marco Bentivogli. Il loro obiettivo dichiarato è costruire una proposta di governo alternativa alle posizioni più radicali del centrosinistra.

Ceccanti ha descritto l’incontro come uno spazio nel quale discutere il futuro della coalizione e mettere a punto una piattaforma programmatica. «Il riformismo è la sostanza di una sinistra di governo», ha affermato, indicando la necessità di bilanciare le spinte massimaliste che, a suo giudizio, oggi prevalgono nel campo largo.

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Ucraina, il punto di maggiore distanza

Tra i temi che marcano la frattura c’è anche la politica estera. L’area riformista chiede una posizione senza ambiguità sul sostegno all’Ucraina. Ceccanti ha indicato questo orientamento come non negoziabile, mentre il documento discusso a Montepulciano insiste soprattutto sulla nomina di un inviato europeo incaricato di rappresentare l’Unione nei negoziati con Donald Trump e Vladimir Putin.

Nel testo viene richiamata la difesa del diritto internazionale e delle ragioni del Paese aggredito, insieme alla necessità di arrivare a una pace che contempli compromessi senza trasformarsi in una resa alla politica di potenza. Secondo le critiche emerse da Orvieto, manca però un riferimento altrettanto esplicito alla prosecuzione del sostegno a Kyjiv. Il documento contiene invece la definizione di genocidio per la situazione a Gaza e un attacco molto duro a Ursula von der Leyen.


Il retroscena sui gruppi parlamentari

Sul piano parlamentare, intanto, si stanno formando nuovi gruppi per evitare l’obbligo di raccogliere un numero elevato di firme in occasione della presentazione delle liste elettorali. La regola produce anche effetti politici: Aboubakar Soumahoro e Bruno Tabacci si sono uniti per sostenere Riccardo Magi, dopo che il leader radicale aveva cercato senza successo l’appoggio di Giuseppe Conte ed Elly Schlein.

La segretaria dem avrebbe invece chiesto ad Andrea Crisanti, senatore del Pd e virologo, di aderire a Rifondazione comunista per aiutare il partito guidato da Maurizio Acerbo a superare il problema delle firme. Una scelta che alimenta le perplessità dell’area riformista: secondo questa lettura, il Pd finirebbe per accentuare il proprio spostamento a sinistra, dopo l’intesa con Conte e il rapporto con Nicola Fratoianni.

Il calendario delle primarie resta dunque il punto ancora indefinito. Franceschini ha evocato una consultazione nello stesso giorno per Schlein e Conte, ma senza indicare quando dovrebbe svolgersi. Proprio la data potrebbe diventare decisiva per capire se il confronto sarà soltanto una sfida per la candidatura premier o anche il passaggio attraverso cui una parte del Pd proverà a ridisegnare la leadership del partito.

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