Dal 21 al 61%: così Riina ridisegnò la Sicilia mafiosa
Le mappe ricostruite sulle carte del maxiprocesso mostrano l’avanzata dei corleonesi: da una posizione minoritaria nel 1974 al controllo dell’intero sistema mafioso siciliano nel 1992.
Nel 1992, l’anno delle stragi di Capaci e via D’Amelio, i mandamenti riconducibili ai corleonesi o ai loro alleati coprivano il 61% della superficie siciliana interessata dalla presenza documentata di Cosa nostra. Diciotto anni prima la stessa area arrivava appena al 21%: la progressione misura la conquista territoriale e politica condotta da Totò Riina e Bernardo Provenzano.
La ricostruzione è stata possibile grazie alla pubblicazione integrale, nel maggio 2025, dell’ordinanza-sentenza dell’8 novembre 1985. Il provvedimento, firmato da Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e dagli altri magistrati del gruppo istruttorio, rinviava a giudizio 476 imputati ed è composto da 8.608 pagine, raccolte in 43 volumi e suddivise in dieci tomi. Le parti dedicate alla struttura dell’organizzazione, ai conflitti interni e agli omicidi sono state confrontate con altri documenti istituzionali e con gli studi disponibili.
GioiaPura
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L’isola prima della conquista corleonese
Per comprendere l’evoluzione bisogna distinguere i diversi livelli dell’organizzazione. La famiglia costituiva la base, radicata in un quartiere o in un comune e guidata da un capo scelto dagli uomini d’onore. Più famiglie vicine formavano un mandamento; i rispettivi rappresentanti partecipavano alla commissione provinciale, conosciuta come cupola.
A Palermo i mandamenti facevano riferimento a borgate e quartieri come Porta Nuova, Santa Maria di Gesù, Ciaculli, Passo di Rigano, Noce, Pagliarelli, Resuttana, San Lorenzo e Partanna Mondello. Nel resto della provincia, invece, l’organizzazione ruotava attorno a gruppi di comuni, tra Corleone, San Giuseppe Jato, Partinico, Cinisi, Bagheria, Caccamo e le Madonie. Fuori dal Palermitano le fonti individuano spesso soltanto le famiglie e i loro delegati.
Nel 1974 Corleone era ancora uno dei mandamenti, non il centro assoluto del potere. La ricchezza e i rapporti internazionali passavano soprattutto da Palermo e dal traffico di eroina gestito dalle famiglie di Stefano Bontate, Salvatore Inzerillo e Gaetano Badalamenti. La commissione, ricostituita nel 1970 dopo lo scioglimento seguito alla strage di Ciaculli, era guidata da Badalamenti e comprendeva Bontate e Luciano Leggio, sostituito nei fatti da Riina durante la latitanza.
Il passaggio decisivo del 1978
La prima svolta arrivò quando Badalamenti fu estromesso dalla commissione e Michele Greco assunse una posizione di vertice favorevole ai corleonesi. Nello stesso periodo vennero eliminati due avversari capaci di contrastare l’espansione di Riina fuori dal Palermitano: Giuseppe Di Cristina, ucciso il 30 maggio 1978 in via Leonardo da Vinci a Palermo, e Giuseppe Calderone, aggredito ad Aci Castello l’8 settembre e morto alcune settimane più tardi.
A Catania il vuoto lasciato da Calderone fu occupato da Nitto Santapaola, vicino ai corleonesi. In provincia di Caltanissetta, dopo l’uccisione di Francesco Madonia, emerse il figlio Giuseppe, detto Piddu, anch’egli schierato con Riina. La conseguenza fu visibile anche sulle mappe: la quota territoriale controllata dalla fazione e dai suoi alleati salì dal 21 al 32%.
Fino alla primavera del 1981 l’incremento rimase contenuto, passando dal 32 al 33%. Ma dietro questa stabilità apparente Riina e Provenzano stavano già inserendo uomini fedeli all’interno di famiglie formalmente guidate da altri capi. La commissione poteva sospendere i vertici e nominare reggenti, e questa facoltà consentì di preparare il terreno prima ancora dell’esplosione della guerra.
La guerra svuota le famiglie rivali
Il 23 aprile 1981 Stefano Bontate fu assassinato a Palermo. Meno di tre settimane dopo, l’11 maggio, toccò a Salvatore Inzerillo, colpito in via Brunelleschi. Nello stesso conflitto scomparvero Girolamo Teresi, Giuseppe Di Franco e i fratelli Angelo e Salvatore Federico, convocati in un baglio di Villagrazia: la loro sorte rientrò nella lunga serie di lupara bianca che rende incompleto il bilancio delle vittime.
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Anche i vertici provinciali non allineati furono colpiti. Il 29 settembre 1981 venne ucciso Calogero Pizzuto, capo del mandamento di Castronovo di Sicilia e Vicari e principale rappresentante della provincia rimasto vicino a Bontate. Il controllo dell’area fu affidato a Francesco Intile di Caccamo, per decisione comunicata da Michele Greco.
La fase successiva investì gli uomini che avevano tentato di mantenere una posizione autonoma. Il 16 giugno 1982 Alfio Ferlito, rivale di Santapaola, fu assassinato durante un trasferimento sulla circonvallazione di Palermo; nell’agguato morirono anche i tre carabinieri della scorta e l’autista. Il 30 novembre dello stesso anno furono eliminati Rosario Riccobono, guida di Partanna Mondello, e Salvatore Scaglione, capo della Noce. Pochi giorni prima era scomparso a Palermo Totò Minore, rappresentante della famiglia trapanese, considerato inaffidabile per la sua neutralità.
Nel 1983 il controllo diventa capillare
Le mappe del 1983 mostrano il risultato della mattanza: le zone ancora riconducibili agli avversari dei corleonesi, come Santa Maria di Gesù, Passo di Rigano e Castronovo, non risultano più indipendenti. Al posto dei capi uccisi furono collocati uomini ritenuti affidabili dalla nuova direzione.
A Santa Maria di Gesù comparvero Pietro Lo Jacono e Giovan Battista Pullarà, mentre Salvatore Buscemi fu posto a Passo di Rigano. Raffaele Ganci arrivò alla Noce; Giuseppe Giacomo Gambino assunse il controllo di San Lorenzo, incorporando Partanna Mondello; Matteo Motisi guidò Pagliarelli. Salvatore Montalto fu collocato a Villabate e Vincenzo Virga a Trapani.
In appena due anni l’area attribuita ai corleonesi e agli alleati crebbe dal 33 al 49% della superficie siciliana interessata dal fenomeno mafioso. Ancora più significativo fu il peso dei capi direttamente nominati dalla fazione: la porzione amministrata da loro passò dall’8 al 20%.
Nel 1992 resta una sola linea
Gli anni del maxiprocesso non interrompono l’avanzata. Pino Greco, protagonista degli omicidi della guerra, fu eliminato nel 1985 su ordine di Riina; Michele Greco venne arrestato il 19 febbraio 1986 e la guida effettiva della commissione passò allo stesso Riina.
A Brancaccio e Ciaculli si affermarono i fratelli Graviano. A Porta Nuova Salvatore Cancemi prese il posto di Pippo Calò, detenuto, mentre a San Giuseppe Jato Giovanni Brusca sostituì il padre Bernardo. Nel resto dell’isola il sistema si reggeva su alleanze con figure come Santapaola a Catania, Piddu Madonia a Caltanissetta, Mariano Agate a Mazara del Vallo e Francesco Messina Denaro a Castelvetrano.
Chi non rispettava la nuova gerarchia rischiava di essere eliminato. Tra i casi ricordati dalle carte c’è quello di Vincenzo Milazzo, capo di Alcamo, ucciso il 14 luglio 1992. In quell’anno, secondo la ricostruzione territoriale, nessun mandamento documentato risultava più apertamente schierato contro Riina: il 61% della superficie siciliana con presenza mafiosa accertata era sotto il controllo dei corleonesi o dei loro alleati.
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