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Attualità 3 min di lettura1 ora fa

Venanzio, il ristorante che l’alta cucina non può sostituire

Un ritorno dopo anni riaccende il ricordo del locale delle feste di famiglia, capace di rinnovarsi senza perdere accoglienza, memoria e autenticità.

Ci sono ristoranti in cui si va per mangiare bene e altri in cui si torna per ritrovare una parte di sé. Venanzio appartiene alla seconda categoria: dopo anni di assenza, ritrovarlo è stato come rientrare nella casa di una nonna elegante, con la sorpresa di scoprire che nulla di essenziale era andato perduto.

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Il ricordo che non ha ceduto

Molto tempo fa scrivevo anche per la guida dell’Espresso e mi occupavo delle recensioni dei ristoranti. Furono anni intensi, segnati da discussioni frequenti con Enzo Vizzari: non accettavo facilmente i compromessi e mettevo spesso in discussione il modo in cui si costruiva una guida. Avevo però accanto un curatore esigente e competente, capace di entrare nel merito del lavoro e di pretendere puntualità, precisione e soprattutto sincerità.

All’epoca ero giovane, studiavo molto e avevo ancora poca esperienza. Ogni anno mi venivano affidati i locali della zona in cui abitavo, allora tutt’altro che ricca di proposte gastronomiche. Venanzio fu una scoperta immediata: incarnava il ristorante borghese delle domeniche e delle ricorrenze, quello delle tavole familiari importanti, dove ogni dettaglio suggeriva cura senza ostentazione.

C’erano le brocche d’argento, le lasagne a sette strati, il personale cortese e impeccabile. L’ambiente ricordava una casa di famiglia raffinata, capace di mettere chiunque a proprio agio. Non occorrevano effetti spettacolari né conoscenze da appassionati: bastava sedersi, lasciarsi servire e godersi il momento, fino alle generose cucchiaiate di gelato mantecato sul posto.


Una tavola capace di accogliere

Venanzio era il luogo delle celebrazioni, tanto che proprio a uno dei suoi tavoli il mio futuro marito mi chiese di sposarlo, con un imbarazzo che ricordo ancora. Durante gli anni delle guide, ogni volta che ne parlavo con entusiasmo, il curatore mi punzecchiava: «per te esiste solo Venanzio!». In fondo, aveva ragione: quel ristorante era diventato il mio riferimento assoluto.

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Poi non ci sono più tornata per molto tempo. Da una parte temevo che il ricordo fosse più bello della realtà; dall’altra, il lavoro mi aveva spinta altrove, tra nuove esperienze e indirizzi da conoscere. Il ritorno, invece, ha riportato a galla un affetto intatto: l’emozione iniziale ha lasciato spazio alla meraviglia di ritrovare un luogo familiare, quasi sospeso nel tempo.

La vera sorpresa è che Venanzio non si è limitato a conservare il passato. Pur mantenendo il proprio carattere, ha aggiornato muri, servizio e cucina, scegliendo di interpretare il presente senza rinunciare ai valori originari. La carta dei vini è oggi particolarmente curata e anche audace, mentre la giovane sommelier Alice Pedrinelli ha ricevuto un importante riconoscimento per aver portato idee contemporanee e una personalità precisa in un ambiente che avrebbe potuto trasformarsi in museo.


Tradizione senza nostalgia

Il rinnovamento non ha cancellato il senso del luogo. L’accoglienza resta concreta e artigianale, i piatti conservano la capacità di evocare l’infanzia e il personale sa ancora far sentire l’ospite riconosciuto, come parte di un territorio e di una storia condivisa. Qui la semplicità non è povertà di ambizione, ma una scelta consapevole.

A completare l’esperienza c’è l’oste, felice di rivedere chi torna, e ci sono quei piccoli gesti che non hanno bisogno di spiegazioni. Quando si esce con le caramelle alla liquirizia e il gusto del gelato ancora in bocca, viene da chiedersi se molte delle cose cercate altrove non fossero già presenti lì: una tavola buona, una misura elegante e la sensazione, rara, di essere esattamente nel posto giusto.

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