Europa al bivio: il piano AfD che divide Meloni e Le Pen
Alice Weidel immagina un’Unione ridotta al mercato unico e alla cooperazione tra governi, mentre Marine Le Pen conserva alcune ambizioni comuni per economia e industria.
Carbone, gas, nucleare e rinnovabili dovrebbero restare opzioni disponibili per i singoli governi secondo la visione dell’AfD, senza vincoli imposti da Bruxelles. Marine Le Pen condivide la critica al Green Deal, ma immagina un intervento europeo più protettivo, mentre Alice Weidel punta sulla deregolamentazione e sulla piena autonomia nazionale.
Anche sul clima emergono quindi differenze rilevanti. La leader francese sostiene un’imposta sul carbonio alle frontiere dell’Unione, con eccezioni per i prodotti che il continente non realizza, e ipotizza di collegare una parte dei contributi nazionali al bilancio comune alle emissioni dei singoli Paesi. L’AfD, invece, rivendica la possibilità di scegliere liberamente le fonti energetiche.
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Due destre, due idee economiche
Le Pen propone inoltre di coordinare alcune imposte europee, a partire da quelle su tabacco e alcol, e di fissare tra il 20 e il 25 per cento la tassazione delle grandi aziende. L’obiettivo dichiarato è ridurre la concorrenza fiscale interna, senza arrivare a costruire un sistema tributario federale.
Weidel respinge invece qualsiasi ulteriore trasferimento di competenze fiscali a Bruxelles e non sostiene neppure una convergenza europea delle politiche sociali, compresi salario minimo e assicurazione contro la disoccupazione. Le due leader concordano sul rifiuto della mutualizzazione dei debiti e di un’Unione trasformata in un meccanismo permanente di trasferimenti.
Sul ruolo della Banca centrale europea, però, le distanze restano nette. Le Pen vorrebbe un’istituzione più sensibile a occupazione, crescita e innovazione; la posizione tedesca insiste soprattutto sulla stabilità monetaria e sulla disciplina dei prezzi.
Il progetto francese resta più selettivo
Il 14 ottobre, a Bruxelles, Marine Le Pen ha presentato la propria proposta per l’Europa, una settimana prima dell’intervento di Weidel. In vista delle presidenziali del 2027, la politica francese ha ormai accantonato l’ipotesi di uscire dall’Unione, ma vuole ridimensionare profondamente il ruolo della Commissione.
L’esecutivo comunitario dovrebbe diventare una struttura al servizio dei governi, senza poteri autonomi in sanità, sicurezza, diplomazia e intelligence. Le Pen propone anche di eliminare il Comitato delle regioni e il Comitato economico e sociale europeo, mentre intende fissare a 5 miliardi di euro all’anno il contributo netto della Francia al bilancio comune, contro gli circa 8 miliardi versati nel 2024.
La sua revisione, tuttavia, non comprende la cancellazione dell’elezione diretta del Parlamento europeo. Il programma del Rassemblement national del 2024 mantiene inoltre l’idea di iniziative condivise nella difesa, nella ricerca e nell’intelligenza artificiale, purché non implichino una nuova rinuncia alla sovranità politica.
L’AfD conserva la sua impronta originaria
Il partito tedesco nacque nel 2013 attorno a Bernd Lucke, docente di economia ad Amburgo, e ad altri accademici contrari agli aiuti destinati agli Stati indebitati durante la crisi dell’euro. Grecia e, per un margine minimo, Italia furono tra i casi che alimentarono quella battaglia.
Con l’esplosione della crisi migratoria nel 2015, l’AfD passò però sotto il controllo della destra nazionalista. Lucke abbandonò il partito, ma la diffidenza verso la condivisione dei debiti pubblici rimase una componente centrale della sua identità economica.
Nella prima fase del populismo europeo, sviluppatasi dopo il collasso finanziario del 2008 e arrivata fino alla Brexit e all’elezione di Donald Trump nel 2016, la risposta sovranista era soprattutto l’uscita dall’Unione. Giorgia Meloni chiedeva di lasciare la moneta unica, mentre Marine Le Pen arrivava a proporre una consultazione sulla permanenza della Francia nell’Unione.
Ancora nel programma elettorale del 2025 l’AfD indicava il ritorno alle valute nazionali. Alice Weidel ha però scelto una formula più articolata per parlare all’elettorato tedesco moderato: non tanto cancellare l’Unione, quanto riportarla indietro di almeno mezzo secolo.
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Weidel vuole ridurre Bruxelles
Il piano denominato New Deal for Europe, illustrato il 21 ottobre a Strasburgo, prevede innanzitutto di sostituire il voto popolare per il Parlamento europeo con una designazione da parte dei parlamenti nazionali. Sarebbe un ritorno alla situazione precedente al 1979.
La Commissione diventerebbe una struttura amministrativa subordinata ai governi, mentre il Consiglio europeo assumerebbe il ruolo principale nelle decisioni politiche. Il progetto andrebbe oltre il modello iniziale dell’integrazione: già l’Alta Autorità della Comunità europea del carbone e dell’acciaio, istituita nel 1951, disponeva infatti di poteri indipendenti e vincolanti.
Anche la Corte di giustizia verrebbe ridimensionata e sostituita da un arbitrato competente soltanto per le controversie sui trattati. Nelle materie lasciate agli Stati, le costituzioni nazionali prevarrebbero sulle norme europee; il diritto comune resterebbe invece superiore nel mercato unico, considerato dall’AfD una delle poche funzioni irrinunciabili dell’Unione.
Il programma tedesco punta inoltre a restringere il bilancio comunitario, cancellare le entrate collegate all’Iva e alla plastica non riciclata e vietare nuove emissioni di debito garantite insieme dagli Stati. I finanziamenti di coesione sarebbero legati a risultati misurabili, con la possibilità per Berlino di usare il proprio veto per ottenere riforme.
Un’Unione quasi intergovernativa
La Germania dovrebbe poter derogare alle regole comuni sull’immigrazione, rifiutando le quote per la redistribuzione dei richiedenti asilo. Sul fronte energetico, invece, avrebbe la libertà di scegliere tra carbone, gas, nucleare e fonti rinnovabili senza una direzione unica europea.
Alla Banca centrale europea verrebbe assegnato un mandato concentrato sulla difesa del valore della moneta. Weidel chiede anche di porre fine al sostegno indiretto ai debiti pubblici e di attribuire un peso maggiore alle economie più grandi dell’eurozona, con voti proporzionati alle quote di capitale.
L’AfD non propone necessariamente di eliminare l’euro, ma di riscriverne profondamente il funzionamento. Tra le ipotesi figura una procedura ordinata per l’insolvenza degli Stati membri.
Nel modello immaginato da Weidel resterebbero il mercato unico, la difesa delle frontiere esterne, il contrasto alla criminalità transnazionale e la collaborazione in ricerca, industria e tecnologia militare. I grandi progetti sarebbero però decisi e pagati dagli Stati, senza ricorrere a nuovo debito europeo; Bruxelles avrebbe soprattutto una funzione di coordinamento.
Il voto tedesco resta decisivo
La strada dell’AfD è frenata da due elementi: le prossime elezioni federali tedesche sono previste nel 2029, salvo scioglimento anticipato del Bundestag, e la Brandmauer impedisce ai partiti tradizionali di formare governi insieme a Weidel.
Friedrich Merz ha confermato che i cristianodemocratici non intendono collaborare con l’AfD. Nemmeno i risultati ottenuti dal partito in Sassonia-Anhalt e Meclemburgo-Pomerania Anteriore gli hanno garantito maggioranze autonome.
Da qui al 2029 il quadro può però cambiare. Gli avversari dell’AfD sperano in una perdita di consenso; i suoi sostenitori puntano invece su un’ulteriore avanzata elettorale, tale da mettere sotto pressione il cordone sanitario e costringere i partiti tradizionali a confrontarsi con il progetto di Weidel.
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