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Attualità 4 min di lettura1 ora fa

Trump e il voto americano: il piano per non riconoscere la sconfitta

Dall’Alaska alla California, il presidente prepara ricorsi, pressioni e accuse di frode mentre crescono i timori per la tenuta democratica degli Stati Uniti

Nel 1935 Sinclair Lewis immaginò, nel romanzo distopico «Qui non può accadere», una deriva autoritaria nel cuore degli Stati Uniti. Oggi, sostiene l’analisi, considerare impossibile uno scenario simile sarebbe un errore: le pressioni sui candidati, le contestazioni preventive e l’ipotesi di bloccare la certificazione dei risultati mostrano quanto sia fragile la fiducia nel voto.

Secondo questa ricostruzione, Donald Trump non sarebbe disposto ad accettare una sconfitta. In caso di perdita del Congresso, il presidente e il suo entourage potrebbero trovarsi davanti a nuove indagini, convocazioni giudiziarie e procedure di impeachment. Per questo, l’ex presidente avrebbe già predisposto una strategia fondata su ricorsi, interventi degli apparati federali e contestazioni dei conteggi.

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La minaccia di una nuova crisi elettorale

Tra le ipotesi evocate c’è anche l’impiego dell’Ice durante la giornata elettorale per controllare o scoraggiare gli elettori di origine ispanica. La stessa struttura, secondo l’accusa contenuta nel testo, potrebbe essere utilizzata per sequestrare schede, sostenere ricorsi nei tribunali e reprimere eventuali manifestazioni contro le decisioni della Casa Bianca.

La pressione riguarderebbe inoltre le commissioni elettorali locali. Militanti scelti per farne parte potrebbero rifiutarsi di convalidare gli esiti, mentre le autorità federali sarebbero chiamate a intervenire sugli Stati. Il quadro prospettato è quello di una lunga disputa istituzionale, destinata a cominciare subito dopo il voto.


Il caso Alaska diventa il banco di prova

L’episodio più concreto riguarda l’Alaska. Trump avrebbe chiesto a Todd Blanche, suo ex avvocato personale e oggi Ministro della Giustizia, di impedire in anticipo la certificazione del risultato delle elezioni senatoriali del 3 novembre, ma soltanto nell’eventualità di una sconfitta del repubblicano uscente Dan Sullivan.

La motivazione ufficiale sarebbe la presenza sulla scheda di un altro candidato con lo stesso cognome. Il nome del senatore uscente compare però accompagnato dalle indicazioni «repubblicano» e «in carica», elementi pensati proprio per distinguere le due candidature. La scheda era stata predisposta dal governatore repubblicano e successivamente convalidata dalla Corte Suprema dell’Alaska.

L’omonimia viene presentata dai sostenitori di Trump come un possibile motivo di confusione, ma nel testo è descritta come un appiglio per contestare un risultato inatteso. Una sconfitta in Alaska avrebbe inoltre un peso nazionale, perché potrebbe mettere a rischio la maggioranza repubblicana al Senato.


Pressioni diffuse in diversi Stati

Il conflitto non si limiterebbe all’Alaska. In Texas, la ridefinizione dei collegi avrebbe separato in distretti differenti aree elettorali considerate ostili a Trump. A questa iniziativa si sarebbero aggiunte norme più rigide sul voto per corrispondenza e dichiarazioni ripetute su presunti brogli democratici ancora prima dell’apertura delle urne.

In California il Dipartimento della Giustizia avrebbe chiesto di escludere dal conteggio 18.000 schede spedite per posta, sostenendo che alcune potrebbero provenire da cittadini stranieri. Parallelamente, il Dipartimento di Stato avrebbe domandato a funzionari in servizio nelle ambasciate e in attesa di promozione quale candidato avessero sostenuto.

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A pochi giorni dalle elezioni, l’Fbi avrebbe perquisito l’abitazione di Washington della deputata del Minnesota Ilhan Omar. L’indagine riguarderebbe presunte irregolarità nei documenti utilizzati dalla sua famiglia per ottenere la naturalizzazione. Trump ha chiesto le dimissioni della parlamentare e ha rilanciato l’accusa secondo cui, anni fa, Omar avrebbe sposato il fratello per ottenere la regolarizzazione.


Attacchi agli avversari e accuse personali

Nel Michigan, Abdul El-Sayed, candidato al Senato, sarebbe stato bersaglio di una campagna condotta da militanti vicini a Trump. Gli avversari lo avrebbero associato ai Fratelli musulmani, movimento il cui governo in Egitto aveva ricevuto ingenti finanziamenti dall’Amministrazione Trump fino a pochi mesi prima.

In Ohio, invece, il confronto elettorale è stato dominato da un filmato realizzato da Vivek Ramaswamy contro la candidata governatrice Amy Acton. Nel video compariva la madre della politica, presentata come una persona che la definiva bugiarda e inadatta alla carica.

La vicenda ha però un precedente familiare drammatico. Quando Acton era ancora minorenne, un tribunale aveva tolto alla madre la custodia perché questa aveva scelto di difendere il compagno, accusato di aver violentato la figlia tredicenne. Da allora le due non si sarebbero più incontrate. Il testo interpreta l’episodio come un attacco alla vittima e lo collega alle difficoltà dei repubblicani nel gestire altre vicende controverse, tra cui il caso Jeffrey Epstein.

Anche in Texas si sarebbe aperto un fronte contro James Talarico. I gruppi trumpiani avrebbero alimentato dubbi su una presunta malattia del candidato, dopo aver già diffuso insinuazioni sulla sua vita privata e sulla sua sessualità.


Blanche e lo scenario più estremo

A confermare la possibilità di un intervento federale è stato, secondo il testo, lo stesso Blanche. Il Ministro della Giustizia ha prospettato che, in un «caso da fine del mondo», il Dipartimento possa impedire agli Stati di certificare i risultati delle elezioni di metà mandato.

Questa posizione si inserisce in una strategia che avrebbe preso forma già dopo il voto del 2020. Trump ha più volte sostenuto che il suo errore fosse stato non contestare con sufficiente forza quell’esito. L’assalto al Congresso del 6 gennaio 2021 provocò cinque morti, migliaia di arresti e centinaia di condanne; le persone coinvolte furono poi graziate da Trump il giorno successivo al suo ritorno alla Casa Bianca.

Il timore espresso nell’analisi è che l’Alaska rappresenti soltanto il primo episodio di una contestazione più ampia. Se i risultati fossero sfavorevoli, Trump potrebbe mettere in discussione la certificazione, mobilitare le strutture federali e trasformare il conteggio dei voti in un nuovo scontro istituzionale.

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