Prezzi al ribasso: chi paga il conto della grande distribuzione
Il film di Anthony Dechaux segue l’ascesa e la caduta di un’agricoltrice bio dentro una catena lattiero-casearia dove il profitto schiaccia i fornitori più fragili.
Audrey sembra avere l’occasione di cambiare il sistema dall’interno, ma il suo ingresso ai vertici della grande distribuzione si trasforma in una trappola. La guerre des prix, presentato come anteprima della settima edizione dei Job Film Days appena conclusa a Torino, racconta con toni da thriller il conflitto tra una potente catena alimentare e i piccoli produttori di latte biologico.
Audrey entra nella macchina del profitto
Interpretata da Ana Girardot, figlia dell’attore Hyppolite Girardot, Audrey è un’allevatrice normanna che rifornisce di yogurt gli scaffali di un supermercato di provincia. La sua difesa della filiera corta e dell’agricoltura biologica attira l’attenzione della direttrice di Derval, colosso parigino della distribuzione lattiero-casearia.
La proposta è prestigiosa: un incarico di vertice accanto al cosiddetto “barone”, dirigente incarnato da Olivier Gourmet e disposto a usare ogni leva contro fornitori e concorrenti. Audrey crede che la sua nomina possa aprire la grande distribuzione alle aziende indipendenti. Non vede, almeno all’inizio, di essere stata scelta come volto presentabile di una strategia che scarica i costi su chi ha meno potere contrattuale.
Il prezzo della fedeltà alla filiera
Il conflitto coinvolge direttamente la famiglia della protagonista. Suo fratello, allevatore orgoglioso e vulnerabile, rifiuta i mangimi industriali e non intende consegnarsi ai grandi gruppi del settore. La pressione commerciale, però, finisce per minacciare sia la fattoria familiare sia il consorzio formato dai piccoli produttori biologici.
Con un giro d’affari di 200 milioni di euro, Derval vuole mantenere prezzi convenienti per i propri clienti senza rinunciare al marchio biologico. Il risultato è una trattativa costruita su pressioni, ricatti e richieste sempre più dure. Per dimostrare di meritare il nuovo ruolo, Audrey deve affrontare le proteste drammatiche di un fornitore storico e mostrarsi inflessibile proprio davanti a chi appartiene al suo stesso mondo.
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Un thriller dentro la filiera
Anthony Dechaux, attore e regista, costruisce il film su due piani. Da una parte ci sono gli affetti, la famiglia e la vita privata di Audrey; dall’altra compaiono le gerarchie aziendali e il dominio del soggetto più forte. Gli ambienti, interni ed esterni, restano immersi in una luce cupa, mentre le stanze delle contrattazioni ricordano luoghi chiusi e soffocanti, quasi celle destinate a chi è appena stato arrestato.
La protagonista riunisce ambizione e attaccamento alla tradizione, calcolo e impulso sincero. Convinta di poter guidare la partita, finisce per essere utilizzata dal meccanismo che pensava di correggere. La sua parabola richiama, per contrasto, la disperazione degli allevatori normanni raccontata in Serotonina di Michel Houellebecq: qui il disagio rurale assume la forma di una guerra commerciale combattuta a colpi di centesimi.
La competitività vista dal basso
Il film mette così in discussione l’uso celebrativo della parola “competitività”. Nel mondo di Derval, la riduzione dei prezzi non nasce da una maggiore efficienza condivisa, ma dalla capacità di imporre sacrifici agli anelli più deboli della catena produttiva.
Senza ricorrere a sentimentalismi, La guerre des prix presenta il capitalismo della distribuzione come un sistema freddo, capace di trasformare anche gli ideali biologici in strumenti di marketing e pressione economica. Il risultato è un’opera politica che osserva il divario tra chi decide e chi subisce senza ricondurlo a una semplice contrapposizione tra destra e sinistra.
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