Bracardi, l’ultima pernacchia: il film oltre la maschera
Un ritratto mostra il lato più umano del comico romano, tra libertà irriverente, solitudine e quella comicità anarchica che non ha mai smesso di sfidare il potere.
La morte non sembra una conclusione sufficiente per raccontare Giorgio Bracardi. La sua energia, fatta di urla, personaggi deformi e trovate imprevedibili, appare ancora troppo grande per restare chiusa in una bara. A restituirne il lato più intimo è un film che ne mostra la gentilezza e l’umanità, senza separarle dalla maschera comica.
Un uomo impossibile da addomesticare
Bracardi aveva trasformato la comicità in una forma di libertà assoluta. In televisione e in radio poteva passare dalla musica colta alla pernacchia, dal pianoforte di Chopin a una voce grottesca, senza mai accettare confini troppo stretti. La sua apparizione nello storico programma Alto gradimento, ideato da Renzo Arbore e Gianni Boncompagni, lo consegnò alla memoria collettiva attraverso Scarpantibus, l’uccello preistorico.
Quel personaggio non era però un’eccezione: apparteneva allo stesso universo di Max Vinella, del nostalgico Ermanno Catenacci, del dottor Marsala e del cantante sgradevole. Bracardi costruiva un intero bestiario umano, convinto che nella natura dell’uomo ci fosse sempre qualcosa di animale, primitivo e incontrollabile.
Renzo Arbore, quando gli offriva spazio, doveva spesso inseguirne l’irruenza. Non si trattava soltanto di esibizionismo, ma di un flusso creativo difficile da frenare. Proprio questa imprevedibilità rendeva il comico rischioso: la sua satira non cercava protezione e non si metteva al servizio di chi aveva il potere.
La solitudine dietro le risate
Bracardi si definiva liberale e respingeva sia il fascismo sia il comunismo, così come ogni forma di dittatura. Il suo percorso, tuttavia, può essere letto anche come quello di un anarchico della comicità: una figura incapace di lasciarsi imbrigliare e, per questo, sempre meno compatibile con un ambiente che tende a premiare ciò che è facilmente controllabile.
Negli ultimi anni avrebbe pagato proprio questa irriducibilità. Messo ai margini e sempre più solo, avrebbe vissuto dolorosamente quella che viene descritta come una vera gabbia dell’indifferenza. A restargli accanto fu soprattutto Dario Ballantini, conosciuto ai tempi di Striscia La Notizia, con cui nacque un rapporto rimasto saldo fino alla fine.
L’incontro con Bracardi è avvenuto a Roma, al bar Vanni, insieme a Raffaele Rivieccio. Da quella conversazione è nato il film-ritratto che potrebbe rappresentare la sua ultima apparizione pubblica. Il progetto non si limita a celebrare il personaggio: cerca l’uomo che esiste dietro il trucco, le smorfie e le voci deformate, mostrando quanto fosse ridotto il distacco tra la persona e la sua maschera.
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Il pianoforte rimasto fuori scena
Il film avrebbe dovuto avere un seguito. C’era l’idea di riprendere Bracardi mentre suonava, ma lui aveva posto una condizione precisa: per l’esecuzione serviva un pianoforte Steinway, che considerava lo strumento migliore. L’organizzazione non riuscì a procurarlo per il giorno stabilito e quella seconda parte non venne mai realizzata.
Resta così un ritratto incompleto, ma proprio per questo ancora più significativo. Bracardi, musicista colto e interprete della dissonanza, non rinunciava a un’idea elevata della propria arte e non sopportava l’improvvisazione priva di qualità. Anche il mancato seguito del film racconta, indirettamente, il suo carattere.
La conclusione rimane affidata a una pernacchia. Non è soltanto un gesto volgare o una battuta: diventa il suono con cui il popolo può ridicolizzare un re, rovesciare una gerarchia e mettere tutti sullo stesso piano. Nel ritratto, l’invettiva contro i “maledetti pretacci iraniani” restituisce la sua insofferenza verso ogni imposizione e il suo legame ostinato con una giovinezza considerata più importante dell’età anagrafica.
La libertà resta l’ultimo gesto
La comicità di Bracardi non cercava il consenso dei vincitori. Viveva di sberleffi, contraddizioni e attacchi al potere, sostenuta da una dignità interiore che lo teneva lontano dai compromessi. Per questo il suo ricordo non coincide soltanto con i personaggi più celebri, ma con il modo in cui ha difeso la propria libertà fino all’ultimo.
La pernacchia finale, resa nel film con un secco “PRRRRTTT!”, diventa allora una dichiarazione di indipendenza. Un gesto minimo, affidato alla vibrazione delle labbra, capace però di restituire tutta la forza di un comico che non ha mai smesso di essere indisciplinato, umano e profondamente giovane.
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