Rai, il caso Ranucci riaccende lo scontro: in ballo anche il canone
Ugo Mattei annuncia un’azione collettiva davanti al Tar del Lazio e contesta l’attuale sistema di nomina dei vertici della tv pubblica.
La vicenda di Sigfrido Ranucci, insieme alle difficoltà registrate da alcuni programmi di approfondimento della Rai, torna al centro del dibattito sull’autonomia del servizio pubblico. Secondo Ugo Mattei, la rimozione del conduttore di Report sarebbe maturata per impulso politico e, con le nuove regole europee già operative, sarebbe stato più difficile procedere senza motivazioni documentate e trasparenti.
Il giurista sostiene di difendere un principio più che una singola persona: «Sono sempre per la libertà di stampa, sto con Ranucci come stavo con Assange». La sua posizione si inserisce nella contestazione più ampia rivolta alla governance della Rai e al rapporto tra vertici aziendali, Parlamento e governo.
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L’autonomia può passare dai cittadini
Per spezzare il legame tra la tv pubblica e i partiti, Mattei richiama l’articolo 43 della Costituzione. La norma consente di affidare a comunità di lavoratori o utenti imprese legate a servizi pubblici essenziali o caratterizzate da un interesse generale.
Il giurista non indica un modello definitivo, ma cita tra le possibilità la costituzione di una fondazione o l’adozione di un meccanismo analogo. L’obiettivo, spiega, sarebbe sottrarre la Rai alla dipendenza dalle nomine politiche senza limitarsi a modificare l’attuale distribuzione degli incarichi.
La contestazione approda al Tar
La mobilitazione nasce da una diffida presentata da 11 esponenti della società civile contro la Rai e il ministero delle Imprese e del Made in Italy. Le adesioni raccolte per sostenere l’iniziativa sono 3056. Mattei sarà davanti al Tar del Lazio per conoscere l’esito della richiesta e capire se il tribunale accoglierà i contenuti dell’azione.
La domanda principale riguarda la conformità della Rai alla Legge europea sulla libertà dei media, indicata con l’acronimo EMFA. L’associazione Generazioni Future chiede che venga riconosciuta l’illegittimità dell’attuale assetto e collega a questa richiesta anche la restituzione del canone versato dai cittadini.
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Perché la governance è contestata
Secondo Mattei, l’EMFA è entrata in vigore nell’agosto del 2025 e lasciava un anno agli Stati per adeguarsi ai suoi obblighi. A suo giudizio, però, la Rai non avrebbe dovuto attendere una nuova legge parlamentare: essendo un soggetto giuridico autonomo, il consiglio di amministrazione avrebbe potuto approvare uno statuto coerente con le disposizioni europee.
La Rai sostiene invece che la revisione dei criteri di nomina non spetti all’azienda, ma al Parlamento. Una tesi che il giurista respinge, perché il regolamento europeo sarebbe già pienamente applicabile e prevalente rispetto alle norme nazionali incompatibili.
Mattei critica anche il progetto di riforma atteso in Senato. A suo parere, il testo lascerebbe inalterata la sostanza dell’impianto attuale: quattro consiglieri scelti dal Parlamento, uno dai dipendenti e due indicati dal ministero dell’Economia. Il risultato, sostiene, sarebbe un semplice spostamento formale delle nomine, senza una reale indipendenza dagli organismi politici.
Canone e rischio di infrazione
Il giurista ritiene inoltre che l’Italia non possa considerare la questione superata dal ritardo nell’avvio di una procedura europea. Anche se soltanto due Paesi dell’Unione avrebbero finora recepito le nuove regole, l’obbligo resta in vigore e l’eventuale mancato rispetto potrebbe condurre a un’infrazione con costi a carico delle finanze pubbliche.
Da qui la richiesta di restituire i 90 euro annui inseriti nella bolletta elettrica. Mattei definisce quella somma «una sorta di tassa a TeleMeloni» e la considera incompatibile, nella sua ricostruzione, con un servizio pubblico che non garantirebbe sufficiente autonomia. La restituzione del denaro avrebbe anche, secondo lui, la funzione di ristabilire la credibilità della Rai.
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