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Attualità 4 min di lettura1 ora fa

Bot russi e Vannacci: il dossier che divide gli esperti

Il Copasir si prepara a esaminare la disinformazione attribuita a Mosca, ma i dati sui profili automatizzati e sul loro presunto sostegno a Vannacci restano controversi.

Il punto più delicato non è soltanto capire quanti profili automatizzati abbiano interagito con gli account di Roberto Vannacci, ma stabilire quanto siano affidabili i metodi usati per individuarli. Le analisi disponibili offrono infatti numeri rilevanti, ma anche diverse zone d’ombra: in alcuni casi, profili indicati come falsi sarebbero risultati gestiti da persone reali.

Il tema della propaganda russa sui social è comunque destinato ad arrivare all’attenzione del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, che dovrebbe esaminare il fascicolo nei prossimi giorni. Sul tavolo ci sarebbero sia i presunti finanziamenti russi a influencer italiani sia il possibile legame tra la riduzione di alcuni profili automatizzati e la macchina propagandistica del Cremlino.

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I numeri sui profili di Vannacci

Un rapporto commissionato da Arcadia alla società israeliana Cyabra ha passato in rassegna gli utenti entrati in contatto con gli account di Vannacci. In una delle analisi, su 2.453 profili esaminati, 607 sono stati classificati come non autentici, pari al 24,7 per cento. La quota indicata sarebbe stata più alta su X, con 397 account considerati falsi, mentre su Instagram ne sarebbero stati individuati 210 su 1.304, il 16,1 per cento.

Un altro documento, richiamato nelle ricostruzioni sul caso, parla invece del 16,6 per cento di profili ritenuti non autentici su 7.961 account osservati. La stessa analisi segnala oltre 32 mila ricondivisioni generate da 6.885 utenti a partire da appena 245 contenuti originali. I dati, tuttavia, non dimostrerebbero automaticamente che i profili automatizzati fossero schierati a favore del generale.

Ernesto Damiani, direttore del laboratorio Sesar dell’Università di Milano, ha sottolineato proprio questo aspetto: su X, tra gli account classificati come falsi e capaci di esprimere una posizione, prevarrebbero quelli contrari a Vannacci. L’orientamento favorevole emergerebbe invece soprattutto su Instagram.


Il metodo solleva dubbi

Walter Quattrociocchi, docente di Data science e studioso della disinformazione digitale, considera la procedura di Cyabra solo parzialmente descritta e non pienamente riproducibile. Il problema riguarda la difficoltà di distinguere un profilo automatizzato da un utente umano sulla base dei comportamenti osservati online.

Un precedente caso norvegese mostra quanto il margine d’errore possa essere concreto. Durante un attacco contro il profilo del primo ministro in vista delle elezioni, Cyabra aveva indicato dodici account come falsi; una verifica successiva aveva però stabilito che almeno quattro erano autentici. «È difficilissimo stabilire se un profilo è falso o veritiero: la certezza è impossibile e il rischio dell’errore è concreto, anche con gli algoritmi migliori», ha avvertito Quattrociocchi.

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Nel frattempo, l’intelligence italiana starebbe verificando anche i movimenti di denaro destinati ad almeno quattro influencer. L’ipotesi è che abbiano prodotto contenuti per soggetti russi, contribuendo a campagne contro i vaccini, l’Ucraina e gli immigrati. Tra i possibili canali di pagamento vengono citati le criptovalute e la pubblicità online.


Il caso Yandex non prova il crollo

Un capitolo distinto riguarda i raid ucraini contro i centri dati di Yandex, dopo i quali Volodymyr Zelensky ha sostenuto che la diminuzione dei profili automatizzati avrebbe indebolito il sostegno digitale a Donald Trump, all’AfD tedesca e ai gruppi occidentali vicini a Putin. La tesi è diventata virale, ma non è stata accompagnata da prove sufficienti ed è stata contestata da diversi esperti.

Damiani osserva che i dati disponibili non indicano l’Italia come area particolarmente esposta, né diversa dagli altri Paesi europei, per il traffico proveniente dalle infrastrutture di Yandex. Inoltre, gruppi come APT28/GRU Fancy Bear, APT29/SVR Cozy Bear e Sandworm utilizzerebbero di norma reti distribuite o sistemi collocati fuori dalla Russia, più resistenti agli attacchi.

«Il calo riguarda i crawler di Yandex, cioè programmi usati per indicizzare i siti, non la propaganda di Putin», ha spiegato Damiani. Secondo l’esperto, non esistono prove che i siti colpiti avessero un ruolo decisivo nelle operazioni informatiche offensive dello Stato russo, né resoconti pubblici che mostrino una diminuzione misurabile dell’attività dei gruppi citati.


Gli algoritmi restano decisivi

Per Quattrociocchi, concentrare l’attenzione sui bot rischia di lasciare in secondo piano il funzionamento delle piattaforme. La disinformazione, secondo la sua lettura, viene amplificata da sistemi che premiano i contenuti capaci di trattenere e intrattenere gli utenti, mentre i profili automatizzati cercano di sfruttare proprio questi meccanismi.

Per questo, un’azione efficace non passerebbe soltanto dal colpire le infrastrutture russe. Sarebbe necessario intervenire anche sul modo in cui le piattaforme distribuiscono i contenuti, coinvolgendo gruppi come Meta e TikTok. Il fascicolo destinato al Copasir dovrà quindi chiarire non solo l’eventuale presenza di finanziamenti stranieri, ma anche quanto i dati sui profili sospetti siano solidi e verificabili.

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