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Attualità 3 min di lettura59 min fa

Un cognome controcorrente: la scelta di Silvia Salis per Eugenio

La sindaca di Genova racconta il ricorso alla procreazione assistita e spiega perché il figlio porta il cognome materno, scelto insieme a Fausto Brizzi

Il nome di Eugenio Salis racchiude un omaggio familiare, ma anche una scelta precisa sul piano sociale. Silvia Salis e Fausto Brizzi hanno deciso di trasmettere al figlio il cognome della madre, trasformando una decisione privata in un segnale contro l’automatismo della tradizione.

«Fausto e io abbiamo deciso di dare a Eugenio il mio cognome per dare un esempio, il nostro piccolo segnale per contribuire a una rivoluzione sociale», scrive la sindaca di Genova nel libro È già domani. Salis chiarisce che questa scelta non mette in discussione la figura paterna: per lei, entrambi i genitori devono condividere allo stesso modo responsabilità e cura.

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Un nome legato al nonno

Eugenio si chiama come il padre di Silvia Salis, scomparso dopo aver trascorso quasi un anno e mezzo accanto al nipote. Nel racconto della sindaca, i due passavano i pomeriggi dormendo abbracciati, creando un legame che ha segnato profondamente la famiglia.

Dopo la morte dell’uomo, Salis ha spiegato al bambino che il nonno marinaio era tornato nel mare tanto amato. Quando Eugenio si affaccia sulla terrazza e osserva le onde, la madre gli ricorda di rivolgergli un saluto. Il cognome materno, dunque, non rappresenta soltanto una presa di posizione: conserva anche la memoria del nonno.


Il percorso verso la maternità

Per arrivare alla nascita di Eugenio, avvenuta nel 2023, Salis e Brizzi hanno affrontato un cammino più lungo del previsto. Per circa dodici mesi hanno cercato di avere un figlio; gli esami non avevano evidenziato ostacoli, ma la gravidanza non arrivava e la coppia ha infine scelto di affidarsi alla procreazione medicalmente assistita.

Nel volume, in uscita il 13 ottobre per Feltrinelli, la sindaca racconta visite, contatti con i medici e attese legate agli esiti degli esami. Descrive soprattutto il peso dell’incertezza e la dimensione emotiva di un’esperienza che, a suo giudizio, non può essere ridotta a una procedura medica: «La fecondazione assistita è una tecnologia straordinaria, ma non è mai soltanto una questione tecnica. È un’esperienza emotiva complessa. Ogni passaggio ti mette davanti alla parte più vulnerabile di te».

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Salis spiega di aver immaginato a lungo la maternità come un evento destinato a verificarsi senza interventi esterni. Nel suo racconto mette in relazione questa aspettativa con la condizione di molte donne impegnate nel lavoro, portate a pensare di poter rimandare le decisioni personali senza conseguenze. La gravidanza, quando finalmente è arrivata, è stata accompagnata da gioia e incredulità.


Perché ha deciso di parlarne

La sindaca ha scelto di rendere pubblico questo capitolo anche per contribuire a ridurre il silenzio che spesso circonda i trattamenti per la fertilità. «Non c’è niente di cui vergognarsi», afferma, sottolineando l’importanza di condividere esperienze che possono riguardare molte famiglie.

Nel libro richiama anche Alexandria Ocasio-Cortez, che nell’agosto scorso aveva raccontato sui propri canali social il congelamento degli ovociti a trentasei anni. Secondo Salis, quella testimonianza ha riacceso l’attenzione sulle spese delle procedure e sulle garanzie destinate a chi decide di preservare la propria fertilità.

La riflessione sul cognome si collega infine alla sentenza del 2022 con cui la Corte costituzionale ha superato l’assegnazione automatica del solo cognome paterno. Salis osserva che per secoli il nome delle donne è rimasto escluso dalla genealogia familiare e presenta la decisione presa per Eugenio come un piccolo passo verso un cambiamento più ampio.

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