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Attualità 2 min di lettura2 ore fa

Pir e bond, Bruxelles mette l’Italia sotto esame: due mesi per reagire

La Commissione europea contesta le regole italiane su investimenti agevolati e obbligazioni, ritenendole penalizzanti per la libera circolazione dei capitali.

L’Italia dovrà chiarire a Bruxelles perché alcune norme fiscali sul risparmio favoriscano gli operatori nazionali e rendano meno convenienti gli investimenti oltreconfine. La Commissione europea ha infatti avviato due procedure di infrazione: una riguarda i piani individuali di risparmio, l’altra il prelievo sugli interessi e sui proventi delle obbligazioni. Il governo ha ora due mesi per rispondere alla lettera di messa in mora e correggere, se necessario, le criticità segnalate.


Il nodo dei Pir è la diversificazione

I piani individuali di risparmio prevedono l’esenzione fiscale sui rendimenti degli investimenti, ma impongono specifici vincoli. Almeno il 70% del portafoglio deve essere formato da azioni e obbligazioni emesse da società italiane e il capitale deve restare investito per un periodo minimo di cinque anni.

Secondo la Commissione, questa impostazione può spingere i residenti a privilegiare le imprese italiane rispetto a quelle degli altri Paesi dell’Unione europea. Bruxelles considera tale effetto una possibile limitazione ingiustificata alla libera circolazione dei capitali, perché riduce le occasioni di diversificazione nel mercato unico e rende più difficile per le società estere attirare risorse dagli investitori italiani.

La contestazione è stata rivolta anche alla Slovenia per la disciplina dei suoi conti individuali di investimento. Nel caso italiano, il punto centrale è dunque il legame tra agevolazione tributaria e prevalenza di strumenti finanziari nazionali, un meccanismo che la Commissione ritiene potenzialmente discriminatorio.


Obbligazioni, penalizzati gli intermediari esteri

La seconda procedura riguarda il trattamento fiscale degli interessi e degli altri redditi prodotti dalle obbligazioni societarie e dai titoli di Stato italiani. In genere questi proventi sono sottoposti a ritenuta alla fonte, anche se alcuni investitori non residenti possono ottenere l’esenzione.

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Il beneficio, tuttavia, è collegato al deposito dei titoli presso un intermediario residente in Italia, presso la sede italiana di un operatore estero oppure, in determinate situazioni, presso un intermediario straniero che abbia nominato un rappresentante fiscale nel nostro Paese. Per Bruxelles, queste condizioni rendono meno competitivi i servizi di custodia e amministrazione offerti da operatori stabiliti in altri Stati membri o in Paesi dello Spazio economico europeo privi di una stabile organizzazione in Italia.

La Commissione ritiene che la normativa nazionale possa così scoraggiare gli investitori non residenti dall’affidarsi a intermediari esteri. La contestazione richiama le regole europee sulla libera prestazione dei servizi, previste dall’articolo 56 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea e dall’articolo 36 dell’accordo sullo Spazio economico europeo.


La risposta italiana entro due mesi

Per entrambe le questioni è stata inviata all’Italia una lettera di messa in mora, primo passaggio della procedura europea. Il governo dispone di due mesi per presentare le proprie osservazioni e intervenire sulle disposizioni considerate incompatibili con il diritto dell’Unione.

Se la replica non sarà ritenuta sufficiente, Bruxelles potrà adottare un parere motivato, chiedendo formalmente di porre fine alla violazione. L’iniziativa si inserisce nell’attività della Commissione per eliminare gli ostacoli al mercato unico in 11 settori prioritari, nel quadro delle strategie europee per una regolamentazione più semplice e per lo sviluppo dell’Unione dei risparmi e degli investimenti.

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