Pillay accusa Trump: «Sanzioni alla Cpi, ritorsione per il Nobel mancato
La giurista sudafricana critica Washington, difende la giustizia internazionale e chiede all’Europa di reagire con maggiore coerenza alle violazioni dei diritti umani.
Navi Pillay considera le misure adottate dagli Stati Uniti contro la Corte penale internazionale una rappresaglia legata anche al Nobel per la Pace ricevuto nel 2025. Secondo la giurista sudafricana, il riconoscimento assegnato per il suo impegno nella giustizia penale internazionale avrebbe irritato Donald Trump, che da tempo ambisce a ottenere lo stesso premio.
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L’accusa contro le sanzioni americane
A 85 anni, Pillay sostiene che Washington abbia accelerato l’iniziativa contro la Corte poco dopo l’assegnazione del Nobel. «Le sanzioni degli Stati Uniti alla Corte penale internazionale sono illegali, negative e crudeli», ha affermato in un’intervista, collegando la tempistica delle decisioni americane alle aspirazioni del presidente statunitense.
La giurista ha inoltre contestato il modo in cui Trump interviene nel dibattito pubblico. A suo giudizio, i leader devono mantenere un linguaggio responsabile, perché le loro parole vengono spesso considerate vere dalla popolazione. Le dichiarazioni ritenute offensive o prive di fondamento, ha aggiunto, dovrebbero essere evitate grazie a consigli più adeguati da parte dei collaboratori del presidente.
Tra gli esempi citati figura la teoria sul presunto genocidio degli afrikaner in Sudafrica, discendenti dei coloni europei che Trump ha descritto come vittime di uccisioni sistematiche. Pillay ha definito questa ricostruzione una fabbricazione, osservando che in Sudafrica è stata accolta anche con ironia attraverso vignette e commenti diffusi in rete.
Dalle accuse personali alla risposta europea
La Nobel ha spiegato che la ripetizione di una falsità può trasformarla, agli occhi dell’opinione pubblica, in qualcosa che appare reale. Ha anche avvertito che campagne di questo tipo, sostenute da gruppi di pressione favorevoli a Israele, possono distogliere l’attenzione dai crimini internazionali ancora in corso.
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Pillay ha risposto pure a Gideon Sa’ar, ministro degli Esteri israeliano, che aveva definito il Nobel assegnatole «la più grande menzogna del XXI secolo» e l’aveva paragonata a Joseph Goebbels. La giurista ha giudicato l’accostamento profondamente offensivo, ricordando di avere dedicato la propria vita ai diritti umani, e ha chiesto al ministro di ritirare quelle parole e di scusarsi.
Nel ragionamento di Pillay, il problema non riguarda soltanto gli attacchi rivolti a singole persone. Stati Uniti, Russia e Israele, ha osservato, sembrano temere il controllo della società civile e le conseguenze giudiziarie delle proprie decisioni. Il principio da applicare dovrebbe essere uguale per tutti: «Ai leader dei Paesi che ha menzionato direi una cosa molto semplice: dovete applicare ai vostri amici gli stessi criteri che applicate ai vostri nemici».
L’appello più diretto è rivolto ai governi europei. L’Unione europea, premiata con il Nobel per il contributo alla pace dopo la Seconda guerra mondiale, dovrebbe trasformare quella eredità in iniziative concrete a sostegno della prevenzione dei conflitti e della giustizia internazionale, anche quando sono coinvolti Paesi alleati.
Pillay ha richiamato in particolare l’Italia, dove venne firmato lo Statuto della Corte penale internazionale, e l’esperienza della lotta contro il sistema di segregazione razziale sudafricano. A suo avviso, le sanzioni sostenute dalla comunità internazionale contribuirono allora a farlo cadere. Anche gli Stati Uniti, ha concluso, dovrebbero ricordare il proprio ruolo storico nella difesa dell’uguaglianza e dei diritti delle donne, invece di allontanarsi da quella tradizione.
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