Pensioni in divisa, il conto del contributivo arriva nel 2032
Il sindacato Usmia chiede correttivi per evitare assegni penalizzati dai limiti di carriera e dal calcolo legato all’età di uscita dal servizio.
«Occorre salvaguardare il trattamento di fine servizio e individuare strumenti capaci di compensare gli effetti che il sistema contributivo produrrà sulle future pensioni del personale che, proprio per ragioni ordinamentali, non può prolungare indefinitamente la propria permanenza in servizio». È la richiesta formulata da Leonardo Nitti, Segretario generale Interforze Usmia, sul futuro previdenziale del personale militare.
Il tema non riguarda soltanto chi è già vicino alla pensione. Secondo il sindacato, dal 2032 inizieranno a lasciare il lavoro le prime generazioni interamente sottoposte al metodo contributivo, con possibili conseguenze per migliaia di lavoratori del comparto Difesa e Sicurezza.
Gli strumenti che possono attenuare il taglio
Nel sistema attuale esistono già alcune misure destinate ad aumentare il trattamento finale. Tra queste figura l’ausiliaria, che al termine del periodo previsto consente di ricalcolare la pensione tenendo conto di un montante contributivo più elevato e del coefficiente collegato all’età raggiunta.
Un’altra possibilità è rappresentata dal moltiplicatore, applicabile nei casi stabiliti dalle norme. Il meccanismo accresce il montante individuale prendendo come riferimento l’ultima retribuzione imponibile, ma Usmia ritiene comunque necessario un intervento strutturale per affrontare il problema delle future liquidazioni.
La platea può arrivare a 45mila persone
La stima fornita dal sindacato indica circa 10.000 interessati soltanto nell’Esercito. Se si considerano insieme Forze Armate e Forze di Polizia, sia a ordinamento civile sia militare, il numero complessivo viene collocato tra 40mila e 45mila persone.
L’allarme nasce dal possibile divario tra l’importo degli assegni e l’aumento delle spese quotidiane. Per Usmia, l’uscita dal servizio potrebbe quindi trasformarsi in una difficoltà economica per personale costretto a interrompere la carriera in età relativamente più bassa rispetto ai parametri considerati dal sistema previdenziale generale.
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Età e coefficienti, il nodo del calcolo
Con il metodo contributivo, la pensione viene determinata sommando i contributi versati durante la carriera e applicando poi un coefficiente di trasformazione al momento dell’uscita. Tale coefficiente cresce con l’età, ma una parte del personale militare non può attendere le soglie più alte perché i limiti ordinamentali impongono la cessazione dal servizio prima.
Il risultato, secondo il sindacato, è una penalizzazione legata non a una scelta individuale, ma alle regole proprie dell’impiego in uniforme. La proposta consiste quindi nell’introdurre coefficienti più favorevoli, riferiti a un’età superiore rispetto a quella effettiva di congedo, così da compensare almeno parzialmente il minore periodo di permanenza in servizio.
La proposta per Difesa e Sicurezza
Usmia sollecita la politica a creare una previdenza specifica per il comparto. Il modello dovrebbe intervenire direttamente sui coefficienti di trasformazione, riconoscere la particolarità delle carriere militari e mantenere il trattamento di fine servizio.
Il sindacato distingue questa ipotesi dalla previdenza complementare, che comporta il passaggio dal Tfs al Tfr e il finanziamento di un fondo tramite il Tfr e le quote stabilite dalla contrattazione. La previdenza dedicata, invece, agirebbe sul calcolo della pensione senza rinunciare al Tfs.
La questione è stata discussa martedì 6 ottobre durante il convegno nazionale promosso da Usmia Interforze. L’incontro ha messo al centro il futuro previdenziale del personale in divisa, presentando il rischio di una nuova emergenza sociale come uno degli aspetti più delicati per il comparto.
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