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Attualità 1 min di lettura1 ora fa

Pena capitale, l’accusa di Suor Prejean: «Serve per i voti

L’attivista statunitense, resa celebre da Dead Man Walking, torna a denunciare l’uso politico delle esecuzioni nel caso Pike.

Il caso Pike riaccende negli Stati Uniti il dibattito sulla pena di morte e sul ruolo delle istituzioni nelle esecuzioni. A intervenire è Suor Helen Prejean, religiosa americana e storica oppositrice della pena capitale, la cui vicenda è stata raccontata anche nel film Dead Man Walking.


L’accusa contro l’uso politico

Secondo Prejean, le condanne a morte vengono talvolta sostenute non soltanto in nome della giustizia, ma anche per ottenere un vantaggio elettorale. La religiosa denuncia così una pratica che, a suo giudizio, trasforma la vita delle persone in uno strumento per raccogliere consenso.

«Negli Stati Uniti usano la pena di morte per guadagnare voti. Questa barbarie deve finire», ha affermato Prejean parlando del caso Pike. Nella sua lettura, la vicenda rappresenta un ulteriore esempio dei rischi legati alla possibilità concessa allo Stato di togliere la vita.

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Il richiamo alla Costituzione

L’attivista sostiene che la Costituzione americana escluda un’applicazione imprevedibile o dettata dall’arbitrio della pena capitale. Proprio per questo, a suo avviso, l’impiego delle esecuzioni per consolidare il consenso politico entra in contrasto con i principi costituzionali.

La posizione di Prejean si inserisce nella sua lunga battaglia contro la pena di morte. Il suo impegno, già portato all’attenzione del grande pubblico attraverso Dead Man Walking, torna ora a concentrarsi sulle conseguenze di affidare alle autorità il potere definitivo sulla vita di una persona.

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