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Attualità 2 min di lettura56 min fa

Legge elettorale, fiducia e ricorsi: la partita si sposta in tribunale

La Camera ha approvato il primo articolo del nuovo sistema di voto, mentre l’opposizione contesta il metodo e prepara un possibile ricorso alla Consulta.

Il primo passaggio parlamentare è ormai compiuto, ma sulla nuova legge elettorale il confronto non si chiude con il voto di fiducia. La Camera ha approvato l’articolo 1 con 226 voti favorevoli, 147 contrari e 3 astensioni; intanto è iniziata la procedura per la fiducia sul secondo articolo, dedicato all’elezione del Senato.

La riforma, approvata dal centrodestra e modificata a Palazzo Madama, è conosciuta come Stabilicum o Melonellum. Le opposizioni contestano sia il contenuto sia la scelta del governo di ricorrere alla fiducia sui primi tre articoli, giudicando irrituale il rinvio del voto segreto alla sola approvazione conclusiva.


La riforma ora guarda ai tribunali

La Rete contro la Legge elettorale, che riunisce associazioni, comitati di costituzionalisti, giornalisti, avvocati e cittadini, sta preparando iniziative giudiziarie contro il provvedimento. Roberto Zaccaria, coordinatore del gruppo, ha annunciato: «I ricorsi sono in via di redazione e saranno pronti per essere depositati nei tribunali non appena entrerà in vigore la legge».

L’obiettivo indicato dalla Rete è ottenere dai giudici un rinvio degli atti alla Corte costituzionale. Secondo Zaccaria, la pronuncia dovrebbe arrivare in tempo utile rispetto alle prossime elezioni. La contestazione riguarda dunque la futura applicazione della legge, oltre al percorso seguito in Parlamento.

L’articolo 1 stabilisce le regole per l’elezione della Camera. La scheda dovrebbe combinare candidati capolista scelti senza preferenza e la possibilità di esprimere fino a tre preferenze. Durante l’esame al Senato è stata eliminata anche la norma anti-cespugli, mentre per le nuove formazioni è aumentato il numero di firme richieste: da 1.500 a 6mila per collegio.

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Maggioranza compatta, opposizioni all’attacco

Dopo il via libera al primo articolo, nell’Aula di Montecitorio è partita la chiama per l’appello nominale sulla fiducia relativa all’articolo 2. La norma riguarda il metodo di elezione del Senato; il voto sull’articolo 3 è previsto nel calendario dei lavori del 6 e 7 ottobre. Le modifiche approvate a Palazzo Madama interessano anche l’articolo 8.

Il nuovo impianto prevede un sistema proporzionale con premio di maggioranza per la coalizione capace di raggiungere il 42 per cento. È inoltre prevista l’indicazione obbligatoria del candidato alla presidenza del Consiglio, anche se il suo nome non comparirà materialmente sulla scheda elettorale.

Pd, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra hanno chiesto lo scrutinio segreto, che però è stato previsto soltanto per il voto finale sull’intero testo. La scelta ha provocato la reazione delle minoranze, che hanno parlato di un atto lesivo delle prerogative parlamentari e di un confronto ridotto al minimo.

Chiara Braga, capogruppo del Pd alla Camera, ha confermato il voto contrario del partito e ha accusato la riforma di comprimere la rappresentanza e di concentrare maggiormente il potere. Nicola Fratoianni, per Avs, ha invece sostenuto che il provvedimento presenti possibili profili di incostituzionalità e ha lasciato aperta la speranza di un cambiamento durante i prossimi voti, pur riconoscendo la solidità numerica della maggioranza.

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