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Attualità 2 min di lettura42 min fa

Paolo Del Debbio rifiuta i robot e teme la demenza

Il filosofo e conduttore ha raccontato l’esaurimento adolescenziale e il suo rapporto con fede, tecnologia e scrittura

Paolo Del Debbio ha raccontato di temere la demenza più della morte e di rifiutare l’intelligenza artificiale. Il filosofo e conduttore continua inoltre a scrivere con una vecchia Olivetti 32, usando soltanto due dita.

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Il timore di perdere le capacità

In un’intervista al Corriere della Sera, Del Debbio ha spiegato che l’idea della morte non lo spaventa quanto la possibilità di smarrire le proprie facoltà cognitive. La sofferenza, secondo il suo racconto, sarebbe legata soprattutto alla perdita della memoria e della capacità di pensare.

Il conduttore ha collegato questa preoccupazione alla sua storia personale e alla lunga familiarità con lo studio filosofico e teologico. Da adolescente ha attraversato un periodo di forte stress dopo essersi dedicato per due anni alla lettura della Summa Theologiae di San Tommaso d’Aquino.


La lettura di San Tommaso

A sedici anni Del Debbio non pensava tanto alla vita sacerdotale quanto al desiderio di allontanarsi dalla confusione quotidiana per studiare e riflettere. «Presi un esaurimento nervoso perché in due anni avevo letto la Summa Theologiae di San Tommaso: 35 volumi con testo a fronte», ha raccontato.

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Il professore di filosofia, un sacerdote, gli aveva chiesto di affrontare l’opera in latino. Quel percorso, affrontato in età adolescenziale, ha lasciato una traccia duratura nel suo modo di guardare alla fede, al dubbio e alla sofferenza.


Il rifiuto della tecnologia

Del Debbio ha espresso una posizione nettamente negativa nei confronti dei robot e dell’intelligenza artificiale. «Un orrore. Dio ci salvi e ci benedica: l’anima in un robot non ci sarà mai», ha detto parlando del rapporto tra tecnologia e dimensione spirituale.

Secondo la sua visione, senza anima e senza spirito l’essere umano non riesce a superare la dimensione materiale. Per questo ha dichiarato di non volere neppure il computer e di preferire la scrittura tradizionale, componendo i suoi saggi filosofici sulla Olivetti 32.

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