Pace a spese di Kiev: il vero scopo del negoziato con Mosca
Destra e campo largo invocano la diplomazia, ma il risultato rischia di essere una resa ucraina senza vere concessioni russe.
Anche nella destra italiana manca una forza politica pronta a contestare apertamente l’idea di una pace ottenuta imponendo il sacrificio all’Ucraina. Con l’eccezione della Lega, il sostegno verbale al patriottismo ucraino resta accompagnato dalla cautela e dalla precisazione: «non siamo nemici della Russia».
Le posizioni più nette contro una trattativa interpretata come consegna dell’aggredito all’aggressore appartengono soprattutto a singoli parlamentari. Nel complesso, però, non emergono né nel campo largo né tra le forze di destra soggetti disposti a denunciare fino in fondo l’irrealismo di una pace costruita sulla rinuncia ucraina.
La destra non rompe il tabù pacifista
Il tema viene così affrontato senza mettere davvero in discussione il sentimento anti-bellicista dominante. Alla solidarietà per la causa nazionale ucraina si affianca una prudenza politica che impedisce di descrivere con chiarezza le conseguenze di un accordo imposto a Kiev.
La stessa contraddizione attraversa il dibattito più ampio: si parla di cessare le ostilità, ma raramente ci si chiede quale tipo di pace potrebbe nascere se una sola delle due parti fosse costretta ad accettare le condizioni dell’altra. Il rischio è che il negoziato diventi il nome rispettabile dato alla rinuncia a difendersi.
Il campo largo e la resa mascherata
Dopo la Leopolda, la posizione comune dei partiti del campo largo appare sostanzialmente definita: servirebbe un’iniziativa diplomatica europea e l’assenza di questa iniziativa sarebbe considerata una delle cause decisive della durata della guerra. La responsabilità viene quindi attribuita agli Stati che sostengono la resistenza e confidano ancora nella possibilità di modificare gli equilibri sul terreno.
Le differenze interne riguardano soprattutto il modo in cui usare gli aiuti militari. Alcuni vorrebbero trasformarli in uno strumento di pressione su Zelensky e sul governo ucraino; altri, come Conte e il fronte pacifista, puntano direttamente alla loro interruzione, nella convinzione che una capitolazione rapida possa evitare conseguenze peggiori.
Mosca chiede tutto, Kiev dovrebbe cedere
Questa impostazione presenta la diplomazia come alternativa al sostegno armato, ma finisce per rovesciare il rapporto tra aggressore e aggredito. Invece di aumentare il costo politico e militare delle pretese russe, si interviene sulle garanzie offerte all’Ucraina, riducendone progressivamente le possibilità fino a lasciare la resa come unica strada praticabile.
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Le dichiarazioni delle autorità russe mostrano, d’altra parte, che il Cremlino non considera il negoziato uno scambio tra concessioni reciproche. Mosca continua a escludere persino un cessate il fuoco lungo il fronte se questo non riconosce la sovranità russa sui territori formalmente annessi. Un confronto autentico potrà quindi iniziare soltanto quando la Russia accetterà di mettere qualcosa sul tavolo, invece di limitarsi a reclamare l’intero risultato.
La guerra resta il passaggio obbligato
La critica all’inerzia diplomatica europea coincide spesso con l’accusa rivolta agli Stati che, dopo l’arrivo di Trump alla Casa Bianca, hanno rafforzato l’appoggio economico e militare alla resistenza ucraina. Nel racconto pacifista, condiviso da settori della sinistra e della destra, proprio quei governi sarebbero diventati i responsabili della prosecuzione del conflitto e dell’allontanamento di una pace ritenuta già disponibile.
Eppure è la tenuta ucraina sul fronte orientale a poter modificare i margini di una futura trattativa. La difesa delle trincee, della popolazione e delle infrastrutture civili serve anche a indebolire la posizione russa, così da evitare che un accordo si riduca alla semplice convalida delle richieste di Putin.
Il costo umano del pacifismo
La retorica della sfida non armata alla violenza rischia infine di nascondere il prezzo concreto dell’operazione. Se la protezione dell’Ucraina viene rimossa per accelerare un’intesa, a pagare sarebbero gli ucraini: con il sangue, la libertà personale e la perdita della propria identità nazionale.
La pace europea verrebbe così presentata come un bene comune, ma costruita sulla rinuncia forzata di chi è stato aggredito. È questa la contraddizione morale che accomuna le diverse versioni della proposta negoziale: il rifiuto della guerra finisce per trasformarsi nell’accettazione delle condizioni imposte da chi l’ha iniziata.
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