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Attualità 3 min di lettura1 ora fa

Ovadia sfida il ddl: «Non tacerò» e attacca il caso Israele

L’attore contesta il provvedimento sull’antisemitismo, difende la libertà di critica verso Israele e ricostruisce le origini coloniali dello Stato.

Moni Ovadia non intende modificare il proprio modo di esprimersi qualora il disegno di legge sull’antisemitismo diventasse legge. Intervistato da Savino Balzano nella trasmissione Battitori liberi, su Radio Cusano, l’attore e scrittore ha escluso qualsiasi autocensura: «Non ci penso neanche lontanamente. A me hanno insegnato a parlare e a dire quello che penso proprio i grandi maestri dell’ebraismo».


La Bibbia non è un titolo giuridico

Nel ragionamento di Ovadia, il richiamo alla Bibbia non può trasformarsi in una base del diritto internazionale. Il testo sacro, ha sostenuto, può avere un valore religioso e culturale per milioni di persone, ma non rappresenta un titolo valido per rivendicare territori davanti alla comunità internazionale.

L’artista ha collegato questa posizione alla nascita di Israele e alla successiva risoluzione 181 dell’Onu. Se il riferimento fosse esclusivamente biblico, ha osservato, non ci sarebbe stato bisogno di ricorrere a una decisione delle Nazioni Unite; una volta accettato quel quadro, Israele dovrebbe essere considerato come qualsiasi altro soggetto del diritto internazionale, senza eccezioni.

Ovadia ha inoltre ricordato la Nakba, sostenendo che l’espulsione e lo sradicamento dei palestinesi furono condotti anche dai laburisti e non soltanto dai governi più recenti. A suo giudizio, il problema non riguarderebbe quindi esclusivamente Benjamin Netanyahu.


Un dissenso che non vuole arretrare

Sul provvedimento in esame, l’attore ha usato toni molto duri, definendolo una «pagliacciata assoluta e oscena». Ha spiegato che l’antisemitismo dovrebbe indicare l’ostilità verso una persona in quanto ebrea, non il giudizio sulle sue azioni o sulle scelte politiche attribuite a uno Stato.

Per chiarire la distinzione ha citato Bernie Madoff, il finanziere statunitense condannato a 150 anni di carcere per una gigantesca frode. Applicando in modo paradossale la logica che contesta al disegno di legge, Madoff avrebbe potuto sostenere che i giudici lo condannavano non per i suoi reati, ma per il loro antisemitismo.


Einstein e Arendt nel mirino

Tra gli episodi richiamati da Ovadia c’è anche la lettera apparsa sul New York Times il 4 dicembre 1948 e sottoscritta, tra gli altri, da Albert Einstein e Hannah Arendt. Il documento criticava la visita negli Stati Uniti di Menachem Begin e del partito Herut, considerato dagli autori vicino ai movimenti nazisti e fascisti per struttura, metodi, idee politiche e rapporto con la società.

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Secondo Ovadia, i due intellettuali avrebbero giudicato con estrema severità l’esperienza dello Stato sionista appena costituito. L’attore ha sostenuto che, nel clima attuale, Einstein e Arendt rischierebbero di non poter entrare in Israele e potrebbero essere accusati dalla normativa italiana per le loro posizioni.


Le origini della controversia

Rispondendo all’osservazione di Balzano sul presunto divieto di criticare Israele come Stato, Ovadia ha parlato di una «contrazione della democrazia» e della libertà d’espressione. Nel confronto è stato ricordato anche Marco Travaglio, che a Otto e mezzo aveva citato Ovadia per sostenere il diritto di affermare persino che Israele non dovrebbe esistere.

L’attore ha ricondotto la fondazione dello Stato israeliano a un progetto di matrice colonialista sostenuto soprattutto dall’Impero britannico. Ha menzionato la dichiarazione Balfour del 1917, ottenuta attraverso Lord Rothschild, con cui il governo britannico manifestò il proprio favore alla creazione di un «focolare nazionale ebraico» in Palestina.

A suo giudizio, quel processo ignorò la popolazione palestinese già presente sul territorio. Ovadia ha contestato anche la formula della «terra senza popolo per un popolo senza terra», attribuita a Israel Zangwill, osservando che in quella terra un popolo viveva già.

La stessa critica è stata estesa allo slogan messianico di alcuni governi israeliani: per Ovadia, il riferimento religioso non può sostituire le regole del diritto internazionale. L’antisemitismo, ha concluso, è un fenomeno grave e proprio per questo non dovrebbe essere dilatato fino a comprendere ogni contestazione delle decisioni politiche di Israele.

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