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Attualità 2 min di lettura3 ore fa

Olive e tensione in Cisgiordania: cinque italiane ancora trattenute

La sorte di cinque attiviste italiane fermate nella Cisgiordania meridionale resta incerta.

La sorte di cinque attiviste italiane fermate nella Cisgiordania meridionale resta incerta. Dopo il trasferimento al commissariato di Kiryat Arba, nei pressi di Hebron, le donne risultavano ancora trattenute e private dei telefoni cellulari. Le autorità israeliane hanno ipotizzato un rilascio seguito dall’espulsione, ma senza indicare una scadenza precisa.

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Roma prova a raggiungere le cinque donne

Antonio Tajani, ministro degli Esteri, ha sollecitato la liberazione immediata delle connazionali. La Farnesina vuole inoltre verificare direttamente le loro condizioni e ottenere la possibilità di comunicare con loro.

L’ambasciata italiana con sede a Tel Aviv e il consolato generale di Gerusalemme stanno dialogando con le autorità israeliane per chiarire la dinamica del fermo. In un primo momento era stata segnalata la presenza di quattro cittadine italiane tra gli arrestati; il conteggio è poi salito a cinque.

Le attiviste erano state fermate giovedì nel villaggio di al-Bweib, a sud di Hebron. Si trovavano accanto ad alcuni contadini palestinesi impegnati nella raccolta delle olive, con l’obiettivo di accompagnarli e offrire protezione durante il lavoro nei campi.


Nei campi cresce la pressione

La raccolta delle olive rappresenta una risorsa economica essenziale per numerose famiglie palestinesi ed è una delle attività agricole più importanti della Cisgiordania. Il periodo è particolarmente delicato per chi coltiva appezzamenti situati vicino agli insediamenti israeliani.

In quelle aree, l’ingresso nei terreni può essere limitato da disposizioni militari e reso più difficile dalle aggressioni attribuite ai coloni. Nelle ultime settimane, secondo le informazioni riportate, gli episodi contro gli agricoltori palestinesi si sono intensificati.


Israele contesta la presenza degli attivisti

La polizia israeliana sostiene che il gruppo sia entrato in un’area dichiarata zona militare chiusa e non abbia rispettato gli ordini impartiti dai soldati. Nella ricostruzione fornita dalle autorità, i volontari «hanno violato la legge e si sono nascosti dietro la raccolta delle olive».

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Nel complesso, nella zona di Hebron sarebbero stati fermati undici stranieri e un palestinese. Alcuni di loro sono stati accusati anche di «promozione del terrorismo» e di «esaltazione di attentatori», oltre che di rapporti con organizzazioni considerate ostili da Israele.

La polizia ha fatto sapere di voler accelerare le procedure per allontanare gli stranieri dal Paese. In seguito è stata prospettata anche per le cinque italiane una liberazione a breve, accompagnata dall’espulsione, ma al momento non risultavano garanzie concrete.


Un precedente fermo con divieti d’ingresso

La vicenda si inserisce in una serie di operazioni compiute nei giorni precedenti. Mercoledì 21 ottobre, un’azione militare aveva coinvolto decine di attivisti, tra cui Brad Lander, candidato democratico al Congresso degli Stati Uniti, poi liberato insieme ad altri volontari con limitazioni agli spostamenti.

Nella stessa fase erano stati bloccati anche Manuel e Alberto Tartarotti, padre e figlio originari di Bolzano, rispettivamente di 35 e 67 anni. I due erano arrivati in Cisgiordania per distribuire denaro destinato a iniziative umanitarie e sostenere gli agricoltori palestinesi.

Dopo il passaggio in custodia della polizia israeliana, entrambi sono stati espulsi e colpiti da un divieto di rientro in Israele per dieci anni.

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