Niguarda, il conto della carenza: oltre 206mila euro per nove infermieri
Una sentenza impone il rispetto dei turni e dei riposi nella Cardiologia 1-2, riconoscendo risarcimenti per il sovraccarico imposto al personale tra il 2021 e il 2025.
L’articolo 2087 del codice civile impone al datore di lavoro di proteggere la salute fisica e psicologica dei dipendenti e di controllare che le misure previste vengano realmente applicate. È questo il principio richiamato dal giudice nella vicenda che ha coinvolto la Cardiologia 1-2 dell’Ospedale Niguarda di Milano: non basta conoscere una situazione critica, occorre intervenire.
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Il caso arriva in un momento delicato
La decisione si inserisce in un quadro nazionale segnato dalla difficoltà di reperire personale. Gli assessori regionali alla Salute hanno chiesto al governo 6,8 miliardi aggiuntivi per il 2027, compresi 1,1 miliardi destinati agli infermieri. Il Documento programmatico di bilancio, però, prevede un incremento di 2,4 miliardi, destinato soprattutto a energia, farmaci e dispositivi, senza coprire nuove assunzioni.
Anche il Niguarda affronta una forte scopertura: sessanta letti risultano inutilizzati proprio per l’assenza di infermieri. All’ultimo concorso si sono presentate meno di quaranta persone. La sentenza 4493 del 2026, depositata il 30 settembre dal giudice del lavoro Luigi Pazienza, riguarda quindi un problema che va oltre il singolo reparto, pur concentrandosi sulle condizioni documentate dai nove dipendenti che hanno promosso la causa.
Nove infermieri contro turni insostenibili
Nel reparto erano disponibili 36 posti letto, 12 dei quali destinati a pazienti ad alta intensità assistenziale. Durante la notte la squadra era composta normalmente da quattro infermieri, senza la presenza di un operatore socio-sanitario. Di conseguenza, agli infermieri venivano affidate anche attività di igiene, rifacimento dei letti e gestione di sacche e drenaggi.
La responsabile dell’organizzazione del personale del Dipartimento cardiovascolare, ascoltata come testimone indicata dall’azienda, ha confermato sia l’assenza notturna dell’operatore socio-sanitario sia il fatto di aver visto personalmente gli infermieri occuparsi della pulizia dei degenti. La dotazione ordinaria risultava di circa cinque infermieri al mattino e quattro nei turni pomeridiani e notturni, nonostante la complessità del reparto.
Il sistema teorico prevedeva una rotazione composta da due mattine, due pomeriggi, un riposo, due notti e altri due giorni liberi. Le testimonianze hanno però descritto una realtà molto diversa, con riposi cancellati prima delle notti e una pianificazione spesso modificata all’ultimo momento. Le registrazioni delle presenze del 2024 mostrano anche sequenze fino a cinque notti consecutive e periodi di lavoro senza pause adeguate; alcuni cambi venivano comunicati telefonicamente o tramite WhatsApp il giorno precedente, mentre il contratto richiede la programmazione entro il 20 del mese prima.
Un costo scaricato su lavoratori e pazienti
La carenza si rifletteva anche sull’organizzazione quotidiana. Un’infermiera trasferita temporaneamente dal Centro Ustioni per coprire una necessità non disponeva dell’accesso al portale della terapia; in una circostanza, una sola professionista si è trovata a seguire le terapie di 24 pazienti. Nel 2023 e nel 2024, inoltre, l’inserimento dei nuovi assunti sarebbe durato appena due giorni, anche in un’unità ad alta intensità.
Secondo gli atti, la direzione era stata informata attraverso segnalazioni relative agli eventi sentinella, comunicazioni dei pazienti e rapporti del personale. Una responsabile della comunicazione avrebbe riconosciuto che il problema era noto ai vertici e ancora attuale. I documenti prodotti durante il procedimento indicano che il modello organizzativo contestato è rimasto in vigore anche dopo l’avvio della causa.
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Il giudice ha ritenuto che la soluzione adottata dall’azienda avesse spostato sui dipendenti una parte rilevante del peso derivante dalla gestione del servizio. La condizione è stata definita “estremamente grave” e collegata non solo alla tutela dei lavoratori, ma anche alla sicurezza dei degenti: la stanchezza e la pressione possono aumentare il rischio di valutazioni errate o di distrazioni con conseguenze sulla salute.
Nella motivazione vengono indicati quattro limiti: le difficoltà organizzative non possono ricadere stabilmente sul personale, il riposo non può essere sacrificato senza misura, gli infermieri non possono sostituire in modo ordinario gli operatori di supporto e la continuità assistenziale non può dipendere dal deterioramento delle condizioni di lavoro.
Risarcimenti e nuove regole per il Niguarda
L’Azienda socio-sanitaria territoriale Grande Ospedale Metropolitano Niguarda dovrà adeguare i turni al contratto nazionale, sia per il numero degli infermieri presenti sia per la tutela dei periodi di riposo. Ai nove ricorrenti spettano 500 euro netti mensili per il primo anno e 800 euro per gli anni seguenti, con decorrenza da gennaio 2021 a marzo 2025, oltre a 22mila euro di spese legali.
Il passaggio alla cifra più alta è stato motivato dal peggioramento progressivo dello stress. Il provvedimento non indica un totale unico, ma il calcolo sulle nove posizioni porta il risarcimento a più di 206mila euro, a cui devono essere aggiunte le spese processuali e gli accessori.
Per Domenico Tambasco, avvocato giuslavorista del foro di Milano, la pronuncia stabilisce che la scarsità cronica di organico non costituisce una giustificazione per il datore di lavoro. Il professionista sottolinea inoltre che l’efficienza di un’organizzazione non può essere valutata soltanto attraverso risultati e produttività, ma deve considerare il rispetto delle persone impiegate.
Il principio richiamato dal giudice riguarda, dunque, entrambe le dimensioni della vicenda: la salute dei lavoratori e la qualità dell’assistenza. La sentenza chiarisce che il mancato intervento dell’azienda, pur davanti a segnali già noti, non può trasformare la disponibilità degli infermieri in una soluzione permanente alle carenze del servizio.
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