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Attualità 3 min di lettura35 min fa

Niguarda, infermieri stremati: il giudice impone più organico e riposi

Una sentenza del Tribunale di Milano riconosce danni da stress e usura psicofisica causati da turni irregolari, carenze di personale e mansioni improprie.

Il caso degli infermieri della Cardiologia del Niguarda fissa un limite alle carenze organizzative negli ospedali: il datore di lavoro deve garantire non soltanto strumenti adeguati, ma anche organici sufficienti, turni sostenibili e il rispetto concreto dei riposi. Con la sentenza n. 4493 del 30 settembre 2026, il Tribunale di Milano ha riconosciuto la nocività dell’ambiente di lavoro dal 2021 a oggi e ha disposto sia il risarcimento sia l’adozione di interventi correttivi.

La decisione considera provato che il peso delle disfunzioni interne sia stato scaricato sul personale. Nella motivazione si legge che "il costo delle carenze organizzative è stato così trasferito sui lavoratori", con conseguenze sulla loro salute e sulla qualità dell’assistenza prestata ai pazienti.

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Turni irregolari e organico insufficiente

La Cardiologia dispone di 36 posti letto, 12 dei quali destinati ad attività ad alta intensità assistenziale. A coprire il servizio erano normalmente cinque infermieri nel turno del mattino e quattro in quello pomeridiano e notturno, numeri ritenuti insufficienti rispetto alle esigenze del reparto.

Secondo quanto ricostruito in giudizio, la programmazione prevista dal contratto collettivo veniva disattesa con frequenza. I riposi saltavano, si arrivava a cinque notti consecutive e i cambi di turno venivano comunicati anche il giorno precedente, tramite telefono o WhatsApp, senza rispettare il preavviso stabilito. Nei momenti di maggiore difficoltà venivano inoltre impiegati operatori provenienti da altri reparti, senza una formazione mirata per la Cardiologia.

Il quadro probatorio è stato sostenuto da timbrature, messaggi, posta elettronica e registrazioni. La direzione, secondo il giudice, era a conoscenza della situazione ma non avrebbe adottato iniziative efficaci per interromperla.


Il demansionamento non risolve i vuoti

Un ulteriore profilo riguarda l’assegnazione ripetuta agli infermieri di compiti propri degli operatori socio-sanitari, come l’igiene dei degenti e il rifacimento dei letti. Il Tribunale ha ritenuto che non si trattasse di episodi isolati, ma di un ricorso frequente e non marginale a mansioni estranee al ruolo professionale.

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La sentenza richiama l’articolo 52 del decreto legislativo n. 165/2001 e l’orientamento più recente della Cassazione, secondo cui un incarico temporaneamente inferiore può essere ammesso soltanto se non compromette la professionalità e risponde a un’esigenza concreta e occasionale. Nel caso esaminato, però, l’utilizzo stabile degli infermieri per coprire l’assenza di personale di supporto ha prodotto una lesione autonoma: "la professionalità dell’infermiere non può diventare lo strumento ordinario per compensare la carenza di personale di supporto".

Il principio viene applicato anche alla responsabilità datoriale. Non è necessario individuare un comportamento persecutorio o un singolo responsabile: l’articolo 2087 del Codice civile impone di prevenire i rischi, controllare l’effettiva applicazione delle misure e intervenire quando l’organizzazione diventa dannosa.


Stress crescente, risarcimento progressivo

Il giudice ha riconosciuto un danno da usura psicofisica distinto dal danno biologico. Per ottenere il risarcimento, quindi, non era indispensabile dimostrare una patologia diagnosticata: la gravità e la ripetizione delle irregolarità potevano essere valorizzate attraverso presunzioni.

Per la liquidazione è stato adottato un criterio progressivo, uguale per tutti i ricorrenti: 500 euro netti al mese per il primo anno e 800 euro per ciascun periodo successivo. La scelta tiene conto del peggioramento dello stress con il protrarsi delle condizioni di lavoro e rappresenta, secondo la ricostruzione della sentenza, una prima applicazione di questo metodo per il danno da stress cronico.

La pronuncia collega infine il benessere degli infermieri alla sicurezza dei pazienti. In Cardiologia non è possibile ridurre il livello di attenzione senza incidere sulle modalità e sulla qualità delle cure. Per questo il riposo non può essere sacrificato senza limiti: "non può essere trattato come una variabile liberamente sacrificabile". Il rispetto della persona, conclude il Tribunale, resta il parametro essenziale per valutare l’efficienza di qualsiasi organizzazione.

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