Neom ridimensionata, resta il costo umano degli espropri
Il rallentamento di The Line non cancella arresti, espulsioni e pressioni subite dalla comunità Huwaitat nella regione di Tabuk
L’Arabia Saudita ha ridotto la priorità di The Line, il progetto più ambizioso di Neom, senza però chiudere le vicende legate agli espropri e agli arresti.
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Le nuove priorità saudite
Ad aprile 2026 Yasir Al-Rumayyan, governatore del Public Investment Fund controllato da Mohammed bin Salman, ha spiegato che la città lineare non rientra più tra gli interventi principali del fondo. Il ridimensionamento è legato soprattutto alle spese previste: un documento interno citato dal Wall Street Journal ha stimato in 8.800 miliardi di dollari la somma necessaria per completare l’opera entro il 2080, quasi 18 volte l’investimento iniziale.
Le risorse sono state quindi indirizzate verso altri settori, tra cui porti, centri per l’elaborazione dei dati, videogiochi e infrastrutture digitali. Ad agosto Mohammed bin Salman ha incontrato a Parigi Emmanuel Macron: dal colloquio sono scaturiti più di venti accordi e intese su difesa, intelligenza artificiale e intrattenimento, compresa la realizzazione di tre parchi a tema.
Il timore per i detenuti
Per Julia Legner, direttrice di Alqst, il problema principale non riguarda più soltanto il destino del megaprogetto. «La vera questione, per noi, non è cosa succederà a Neom, ma cosa succederà alle persone che hanno già pagato il prezzo umano di quel progetto», ha detto.
A maggio 2026 Alqst aveva raccolto informazioni su venti persone ancora in carcere. Legner ha riferito che le fonti dell’organizzazione non riescono più a trasmettere aggiornamenti con la stessa facilità di prima. Il timore è che la minore attenzione internazionale favorisca nuove pressioni e renda più difficile verificare ciò che accade nella regione.
Il progetto e la Vision 2030
Neom è stata annunciata nel 2017 con un investimento superiore a 500 miliardi di dollari. Il fulcro avrebbe dovuto essere The Line: una struttura lunga 170 chilometri e larga 200 metri, racchiusa tra due facciate riflettenti alte 500 metri, progettata per nove milioni di abitanti.
Il piano prevedeva servizi raggiungibili senza automobile e un collegamento ferroviario capace di coprire l’intero percorso. L’iniziativa faceva parte di Vision 2030, strategia presentata nel 2016 per diminuire la dipendenza dell’economia saudita dal petrolio e poi estesa alla trasformazione di istituzioni, territori e rapporti tra cittadini e Stato.
La comunità degli Huwaitat
Il costo sociale del progetto è emerso soprattutto ad al-Khuraiba, villaggio sul Mar Rosso abitato dagli Huwaitat da epoche precedenti alla nascita dell’Arabia Saudita contemporanea. Il primo gennaio 2020 le autorità hanno informato i residenti che le abitazioni sarebbero servite alla costruzione di Neom.
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Nei mesi successivi sono arrivati funzionari incaricati di censire gli immobili e ottenere la cessione dei terreni. Centosettantaquattro Huwaitat hanno firmato una petizione contro gli sgomberi, mentre altri hanno diffuso immagini sui social. Alqst ha documentato almeno venti arresti tra le persone contrarie al trasferimento.
La morte di Abdul Rahim al-Huwaiti
Tra coloro che hanno mostrato online quanto stava accadendo c’era Abdul Rahim al-Huwaiti. Il 12 aprile 2020 ha registrato gli agenti davanti alla sua abitazione e ha pubblicato i filmati. «Quelle immagini furono fondamentali per capire cosa stesse accadendo», ha raccontato Legner, ricordando anche i pericoli corsi da chi condivideva quel materiale.
Il giorno seguente le forze di sicurezza hanno isolato il villaggio e circondato la casa. Al-Huwaiti ha portato moglie e figli dalla madre, rimasta nelle vicinanze, ma ha scelto di restare nell’abitazione armato di kalashnikov. Dopo circa un’ora e mezza di tentativi per convincerlo ad arrendersi, ha aperto il fuoco quando ha ritenuto che la moglie fosse stata usata come protezione dagli agenti. La versione ufficiale saudita ha riferito di due appartenenti alle forze di sicurezza feriti; la risposta con mitragliatrici e armi pesanti montate sui veicoli ha provocato la morte dell’uomo.
Gli sgomberi e le accuse
La famiglia ha continuato a opporsi. La madre di al-Huwaiti ha resistito alle richieste di lasciare la casa anche dopo l’arresto di alcuni figli, di un genero e di un nipote. Secondo Alqst, sulla donna hanno fatto pressione sia gli apparati di sicurezza sia rappresentanti della leadership tribale locale.
Nel giugno 2025 le autorità hanno costretto lei e la figlia ad abbandonare l’abitazione. La donna è morta meno di dodici mesi dopo. I figli ancora detenuti non hanno potuto partecipare alle preghiere né alla sepoltura e, secondo Legner, alla famiglia è stato impedito di rispettare la volontà di tumularla ad al-Khuraiba.
I video diffusi all’estero hanno mantenuto visibile la vicenda. Nell’agosto 2020 tre relatori speciali delle Nazioni Unite hanno chiesto a Riyadh informazioni su eventuali accertamenti relativi all’operazione. Alqst non ha però trovato conferme pubbliche di un’indagine interna sulle responsabilità per la morte di al-Huwaiti.
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