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Attualità 3 min di lettura3 ore fa

Naza nelle scuole: il film che mette a nudo la guerra automatizzata

Il documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor mostra come propaganda, tecnologia e obbedienza possano cancellare il senso di responsabilità dei soldati.

Naza dovrebbe essere portato nelle scuole italiane e discusso apertamente, anche perché il nostro Paese non è estraneo ai processi di militarizzazione dell’istruzione. Il documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor offre infatti materiale per interrogarsi sul rapporto tra formazione, obbedienza e costruzione del nemico.

La proposta riguarda anche il modo in cui gli insegnanti scelgono di stare dentro il proprio ruolo educativo. In Israele, alcuni giovani obiettori di coscienza hanno raccontato come la scuola contribuisca a preparare bambini e adolescenti alla mentalità militare; per questo, secondo la prospettiva sostenuta dagli autori, anche i docenti dovrebbero assumere una posizione critica verso guerra, violenza e genocidio.


La scuola come anticamera del conflitto

Nurit Peled-Elhanan, docente di lingua e pedagogia all’Università ebraica di Gerusalemme, ha studiato i libri di testo israeliani e ne ha evidenziato l’impianto ideologico. A suo giudizio, quei manuali presentano i palestinesi come una minaccia o come un ostacolo da rimuovere, mentre la storia nazionale viene trasmessa soprattutto come una successione di conflitti tra gli ebrei e popolazioni non ebree.

Nelle scuole superiori, sostiene Peled-Elhanan, gli studenti prossimi al servizio militare apprendono che la presenza palestinese costituisce un problema da risolvere. Il riferimento è al volume La Palestina nei testi scolastici di Israele. Ideologia e propaganda nell’istruzione, pubblicato nel 2021, che analizza il ruolo della formazione nella costruzione di questa visione.


Obbedire diventa una scelta automatica

Il documentario raccoglie le parole di militari che descrivono la propria partecipazione alle operazioni a Gaza. Uno di loro afferma di essersi limitato a fornire un componente tecnico, lasciando ad altri la responsabilità delle decisioni, e aggiunge: «Il mio ruolo è tecnico, non devo formulare valutazioni morali». La frase mostra come la divisione dei compiti possa diventare uno strumento per allontanare la coscienza dalle conseguenze concrete.

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Un altro intervistato racconta gli attacchi come una routine compatibile con la vita quotidiana e ammette che l’uccisione poteva trasformarsi in una forma di eccitazione. Nel suo racconto, le persone colpite vengono ridotte a bersagli indistinti, mentre l’azione militare assume i tratti di un gioco. La vittima scompare dal linguaggio e, con essa, anche la possibilità di riconoscerne l’umanità.


L’intelligenza artificiale cancella il responsabile

Tra le testimonianze emerge anche la fiducia assoluta nella catena di comando. Un soldato spiega di aver seguito le procedure senza metterle in discussione e, ricordando una visita scolastica ad Auschwitz, si domanda come gli esecutori nazisti riuscissero a convivere con ciò che stavano facendo. Poi applica la stessa domanda a se stesso: «Credo ancora che i nazisti siano il male, ma mi chiedo che cosa sono diventato io».

Le parole raccolte in Naza mostrano inoltre l’effetto dell’intelligenza artificiale impiegata nella guerra. Quando l’apparato tecnologico aumenta la capacità di colpire a distanza, il coinvolgimento personale può ridursi fino a sembrare irrilevante. L’obbedienza al sistema, la disumanizzazione dell’avversario e l’assenza di discussione sulle vittime producono così una forma contemporanea di banalizzazione del male.

Proprio per questo il film può essere utilizzato nelle scuole italiane come strumento di analisi: non per offrire risposte semplici, ma per esaminare i meccanismi che rendono accettabile la violenza e per discutere il ruolo dell’educazione nella costruzione della pace. Nel contesto israeliano, questa opposizione alla militarizzazione espone docenti e obiettori a costi personali molto alti; resta tuttavia, secondo gli autori, una responsabilità indispensabile per immaginare una riconciliazione tra i due popoli.

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