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Mosca alza la posta: dove può spingersi la guerra contro l’Ucraina

Gli attacchi in territorio russo stanno aumentando i costi interni del conflitto, mentre il Cremlino valuta risposte militari, nucleari e ibride sempre più rischiose.

Per rendere meno efficace la pressione russa, l’Unione europea dovrebbe accelerare l’identificazione dei componenti stranieri recuperati dai missili e dai droni impiegati da Mosca, colpendo con sanzioni più rapide aziende e intermediari coinvolti. Un altro strumento indicato è la produzione congiunta, insieme all’Ucraina, di intercettori economici e apparecchiature per la guerra elettronica.

La Nato e l’Unione europea avrebbero inoltre bisogno di intese operative già pronte per reagire alle azioni ambigue condotte sul continente. Senza procedure condivise e immediate, sabotaggi, interferenze e incursioni possono creare incertezza prima ancora che venga individuato con certezza il responsabile.


L’Europa teme soprattutto la guerra ibrida

Un attacco russo dichiaratamente convenzionale contro un Paese della Nato o dell’Unione europea resta l’ipotesi meno probabile. Un’operazione nelle aree del Baltico o del Mar Nero potrebbe infatti produrre l’effetto contrario a quello cercato da Mosca: rafforzare l’appoggio europeo a Kyjiv e attivare l’articolo 5 del Trattato di Washington o l’articolo 42, paragrafo 7, del Trattato di Lisbona.

Il rischio sarebbe quello di aprire per la Russia un confronto diretto su due fronti, contro l’Ucraina e contro l’Occidente. Più concreta appare invece l’espansione delle attività clandestine in Europa: intrusione nelle reti informatiche, danneggiamenti ai produttori militari, disturbi ai segnali di navigazione, violazioni dello spazio aereo e presenza di droni vicino a infrastrutture sensibili.

Tra gli obiettivi possibili rientrano anche ferrovie, aeroporti, porti e centri logistici. A queste azioni si aggiungono campagne di disinformazione sincronizzate con gli appuntamenti elettorali, operazioni che sfruttano l’incertezza sull’attribuzione e rendono più lenta una risposta coordinata.


Mosca paga il costo degli attacchi ucraini

Dalla metà del 2026 il conflitto ha assunto una dimensione diversa per la popolazione russa. L’Ucraina ha moltiplicato le incursioni con droni e missili contro obiettivi situati lontano dal fronte, tra impianti di raffinazione, depositi, fabbriche militari, autocisterne e strutture dedicate alla distribuzione.

Le conseguenze non restano confinate al piano militare. In alcune aree si registrano difficoltà nell’approvvigionamento di carburante, mentre la pressione sulle attività economiche e sulle entrate dello Stato alimenta fallimenti e disagi. L’obiettivo di Kyjiv è aumentare il peso finanziario della guerra fino a spingere il Cremlino verso una tregua o almeno verso una sospensione reciproca delle operazioni in profondità.

Questa dinamica incrina l’intesa non scritta su cui si è retto il rapporto tra autorità e società russa: il potere può condurre la propria politica senza limiti finché la normalità quotidiana non viene compromessa. Se gli attacchi continueranno a danneggiare energia e logistica, le ripercussioni potrebbero arrivare anche nei comparti agricolo, bancario e dell’aviazione.


La risposta russa resta convenzionale

Il Cremlino non ha accettato le proposte ucraine per un cessate il fuoco o per una pausa bilaterale nelle azioni a lungo raggio. Una concessione di questo tipo contrasterebbe con la rappresentazione di forza costruita attorno a Vladimir Putin e con le richieste dei mezzi di comunicazione nazionalisti, dei commentatori militari e degli ambienti ultranazionalisti.

La reazione scelta da Mosca combina quindi attacchi più duri contro la popolazione ucraina e una crescente pressione sulle realtà europee che sostengono Kyjiv. La logica è quella dell’«escalation per ottenere una de-escalation»: mostrare capacità di ritorsione, dissuadere nuovi raid e provare a ridurre l’aiuto occidentale.

Sul terreno, questa linea si traduce soprattutto in bombardamenti più frequenti contro infrastrutture essenziali ucraine. Ospedali, depositi, centrali elettriche e luoghi della cultura, comprese biblioteche, chiese e università, figurano tra i bersagli colpiti; anche Kyjiv è diventata un obiettivo prioritario.

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L’aumento della pressione sulla capitale e su città come Odesa dipende in parte dalla scelta di concentrare risorse offensive limitate, ma anche dalla crescita della capacità industriale russa. Secondo i servizi d’intelligence ucraini, Mosca sarebbe arrivata a realizzare più di 200 missili da crociera e balistici ogni mese.


Più missili, più rischi per Kyjiv

Informazioni non confermate indicano inoltre un possibile programma per fabbricare fino a 10.000 missili da crociera Dan-T a basso costo nel 2027. Se questo progetto raggiungesse una scala significativa, la Russia potrebbe mantenere gli attacchi contro i principali centri urbani senza dover necessariamente sottrarre pressione agli altri settori del conflitto.

Per l’Ucraina ciò significherebbe affrontare simultaneamente una maggiore quantità di ordigni e una distribuzione più ampia dei bersagli. Servirebbero più intercettori per proteggere le città, mentre la dispersione degli obiettivi renderebbe più difficile difendere basi aeree, comandi, nodi logistici e infrastrutture strategiche.

Mosca potrebbe tentare anche altre strade: coinvolgere nuovamente la Bielorussia, impiegare ulteriori militari nordcoreani, reclutare combattenti stranieri oppure ricorrere a una mobilitazione generale. Una delle incognite del 2027 sarà capire se la Russia riuscirà a mettere in pratica questi piani prima che le operazioni ucraine ne riducano la portata.


L’arma nucleare resta una soglia estrema

Il conflitto ha già prodotto azioni che si avvicinano, per effetti o modalità, alla categoria delle armi di distruzione di massa. La Russia ha colpito siti nucleari ucraini, ha provocato la distruzione della diga di Kakhovka sul Dnipro e ha fatto ricorso a sostanze chimiche tossiche. La risposta occidentale, considerata contenuta, può essere letta da Mosca come un segnale di costi ancora gestibili.

È quindi possibile che il Cremlino continui a usare la minaccia nucleare come strumento politico e militare. Tra le opzioni figurano una nuova revisione della dottrina, esercitazioni con vettori capaci di trasportare testate atomiche e, in uno scenario più grave, un test a Novaya Zemlya.

Le ipotesi più rischiose comprendono nuovi attacchi a impianti nucleari civili, una detonazione dimostrativa in una zona disabitata dell’Ucraina o l’impiego di un ordigno tattico contro truppe o civili. Sono però anche le scelte che esporrebbero maggiormente Mosca alle conseguenze internazionali.

L’eventuale rottura del divieto di usare armi nucleari in guerra, rimasto in vigore da circa ottant’anni, sconvolgerebbe gli equilibri della sicurezza globale. Una reazione dura da parte della comunità internazionale, compresi Cina e India, potrebbe isolare la Russia e indebolirne la posizione strategica.

L’Ucraina, inoltre, ha mostrato di poter colpire bersagli molto lontani dal fronte. Se un uso russo di armi di distruzione di massa non provocasse una risposta internazionale adeguata, Kyjiv potrebbe valutare strumenti di ritorsione, comprese le «bombe sporche», cioè dispositivi convenzionali associati a materiale radioattivo proveniente da impianti nucleari. Pur non equivalendo a un attacco atomico, una contaminazione del territorio russo avrebbe conseguenze pesanti.

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