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Attualità 3 min di lettura2 ott

Almese, il regno del guru: accuse di abusi, schiavitù e truffa

Per gli inquirenti Bruno Malatesta avrebbe soggiogato adepti, imposto lavori massacranti e usato presunti rituali di guarigione per ottenere denaro e favori sessuali.

Per anni, secondo l’accusa, donne e ragazze sarebbero rimaste isolate nella comunità di Almese, sottoposte all’autorità di Bruno Antonio Malatesta e costrette a lavorare, obbedire e consegnare denaro. Il 59enne è stato arrestato con contestazioni che comprendono riduzione in schiavitù, maltrattamenti, violenza sessuale aggravata e truffa ai danni dello Stato.

Tra le persone coinvolte nell’inchiesta figurano anche Giulio Gibello, indicato come “monaco”, e Paola Vit e Chiara Lisa, rispettivamente presidente e vicepresidente della fondazione Fiore della Pace. La struttura è stata posta sotto sequestro e gli ospiti sono stati trasferiti in luoghi protetti.


Le testimonianze raccontano la paura

Una delle ex adepte ha descritto l’ingresso nella comunità come l’inizio di una dipendenza totale. Quando aveva 15 anni, ha raccontato, doveva domandare a Malatesta il permesso per ogni attività e finì per affidargli completamente le proprie decisioni. Il guru, sostiene la donna, si presentava come una figura capace di proteggerla da malattie e tragedie, trasformando la paura in obbedienza.

Le presunte vittime sarebbero state avvicinate soprattutto nei momenti di fragilità: dopo diagnosi gravi, lutti, separazioni o altri traumi personali. Una testimone ha ricordato l’evoluzione del rapporto con Malatesta: «All’inizio era una persona meravigliosa, sensibile, brillante. Poi divenne irriconoscibile: borioso, perverso, sadico, presuntuoso, rabbioso e manipolatore fino al midollo».

Secondo i racconti raccolti dagli investigatori, le donne venivano separate dai familiari, obbligate a indossare tuniche arancioni e impiegate per molte ore nei lavori domestici e agricoli. In caso di errori o disobbedienza sarebbero arrivate punizioni come percosse, divieti di lavarsi e rasatura dei capelli. Alcune presunte vittime avevano tra 16 e 17 anni.


Riti, denaro e presunte violenze

Nella comunità esistevano ruoli distinti. Le “monache” erano vincolate a obbedienza e povertà, mentre le “ancelle” abitavano nelle case di Almese insieme al leader. Le giornate, secondo le accuse, potevano arrivare a 12 ore di lavoro e il riposo avveniva sul pavimento.

Le attività comprendevano incontri di yoga e lezioni di tantra. Durante i rituali, Malatesta avrebbe sostenuto di possedere capacità soprannaturali e di poter allontanare il demonio o prevenire malattie. Le violenze sessuali sarebbero state presentate alle adepte come pratiche necessarie per eliminare presunte energie negative, anche attraverso il contatto con il corpo e l’uso di cristalli.

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Una donna ha riferito che il guru impediva alle adepte di abbracciarsi o toccarsi tra loro, sostenendo che avrebbero trasmesso la negatività. Al contrario, soltanto lui avrebbe potuto avvicinarsi fisicamente a loro. Un’altra testimone ha raccontato di una punizione inflitta a una donna, costretta a mangiare un pomodoro deteriorato fino a stare male.

Le presunte terapie avevano anche un prezzo. Sali, incensi e cristalli sarebbero stati venduti per somme variabili, da pochi euro fino a migliaia di euro. Le adepte, inoltre, avrebbero consegnato risparmi, gioielli e altri beni personali per finanziare la comunità e i rituali.


L’inchiesta e il raggiro contestato

L’indagine dei carabinieri, coordinata dalla procura di Torino, è nata dopo un esposto inizialmente archiviato. L’attività investigativa ha poi portato all’operazione denominata Asmodeo, richiamo al demone associato a cupidigia, ira e vendetta. Per il giudice Andrea Bonato, Malatesta avrebbe sfruttato debolezze, difficoltà e malattie degli adepti per esercitare un dominio continuativo e perseguire interessi sessuali ed economici.

Il leader della comunità avrebbe anche sostenuto di poter curare patologie molto gravi. A chi non otteneva risultati dopo un trattamento, secondo l’accusa, proponeva un passaggio successivo e più costoso, alimentando la paura di conseguenze peggiori in caso di rifiuto.

Tra i reati contestati c’è infine la truffa aggravata ai danni dello Stato. Malatesta percepiva una pensione di invalidità legata al diabete e, durante i controlli dell’Inps, si sarebbe presentato utilizzando una carrozzina e delle stampelle. Le registrazioni realizzate dai carabinieri lo avrebbero invece mostrato mentre camminava senza apparenti difficoltà.

Una delle ex adepte ha spiegato di essere riuscita a prendere le distanze dalla comunità soltanto durante i primi mesi dell’università. La scuola, ha raccontato, le avrebbe permesso di entrare in contatto con coetanee e con una vita sociale che fino a quel momento le era stata preclusa.

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