Milano, fermato il volto delle proteste: cosa contestano gli inquirenti
Youssef Siher è in carcere con l’accusa di istigazione a delinquere con finalità terroristica; verifiche aperte anche sui suoi possibili contatti con un’inchiesta genovese.
Youssef Siher non è accusato di aver partecipato direttamente alle devastazioni e ai saccheggi che hanno sconvolto Milano. Secondo la Procura, il suo ruolo sarebbe stato quello di alimentare e coordinare una rete online, spingendo gruppi di giovani verso nuove iniziative violente e contribuendo a creare un clima di paura in città.
Gli investigatori lo descrivono come un possibile punto di raccordo tra ambienti antagonisti e gruppi di giovanissimi. Gli contestano la diffusione di indicazioni sulla guerriglia urbana, strumenti per sottrarsi ai controlli e messaggi destinati a innalzare il livello dello scontro.
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La protesta continua senza il suo amministratore
Mentre Siher è detenuto a San Vittore, i suoi profili digitali sono stati sommersi da insulti e reazioni. Nello stesso giorno, a Milano, circa 15mila persone hanno partecipato a un corteo pacifico da Cairoli a piazza Leonardo Da Vinci, in una mobilitazione distinta dalle accuse rivolte al trentenne.
Dalle realtà che hanno preso parte alla manifestazione è arrivata la rivendicazione di un movimento privo di una guida unica. In vista dello sciopero generale del 30 ottobre, nelle discussioni online legate a precarietà e carovita è comparso anche il messaggio: «Se pensate, sbagliando, di averci tolto la “mente”, ricordate che dovete ancora toglierci gambe e braccia».
Le accuse e il pericolo di nuovi scontri
Il provvedimento riguarda l’istigazione a delinquere aggravata dalla finalità terroristica, l’associazione con finalità di terrorismo o eversione e la violenza organizzata durante le manifestazioni pubbliche. La pm di Milano Francesca Crupi chiederà oggi la convalida del fermo, eseguito sabato sera su disposizione della Procura.
Per gli inquirenti, Siher avrebbe sfruttato la visibilità ottenuta dopo gli episodi del 17 e 18 ottobre per costruire un gruppo Telegram inizialmente composto da oltre 6mila persone. La rete, secondo l’accusa, avrebbe dovuto favorire la convocazione di manifestanti in diverse piazze italiane il 24 ottobre, con l’obiettivo di provocare disordini.
Chat, dispositivi e convocazioni bloccate
Cellulari e computer sequestrati durante le perquisizioni saranno esaminati per ricostruire contatti, comunicazioni e modalità operative. Le verifiche riguardano anche l’abitazione dei genitori del fermato a Mazzano, in provincia di Brescia, dove sarebbero emerse tracce di un’attività digitale ancora da approfondire.
Nel decreto, la Procura sostiene che l’intervento della polizia giudiziaria abbia impedito l’invio dei messaggi con le indicazioni sui luoghi di concentramento. «Il fermo ha evitato una sommossa il 24 ottobre», si legge nel provvedimento, che definisce Siher un soggetto capace di incitare efficacemente alla violenza e di generare allarme tra i cittadini.
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Il profilo del trentenne
Siher, 30 anni, è italiano di seconda generazione, ha origini marocchine ed è ricercatore dei movimenti politici islamici. Ha conseguito una laurea in Comunicazione e un master in Scienze politiche all’Università degli Studi di Milano; svolge inoltre attività da giornalista freelance ed è indicato come attivista a favore della causa palestinese.
La pagina Instagram “Movimento 17 ottobre” conta oltre 48mila seguaci, mentre la relativa chat Telegram è arrivata a sfiorare 9.500 contatti. Secondo chi indaga, entrambi gli spazi sarebbero stati amministrati da Siher insieme alla moglie Sagia Hammoud, mediatrice culturale di 32 anni residente a Como e anche lei sottoposta a indagine per gli stessi reati.
Il timore di fuga e l’allarme sociale
La Procura ritiene concreto il rischio che Siher possa sottrarsi alle autorità. Nel provvedimento viene sottolineata la sua capacità di muoversi e la disponibilità di relazioni che, secondo gli investigatori, potrebbero aiutarlo a far perdere le proprie tracce.
L’accusa collega inoltre l’attività online all’impatto prodotto sul territorio: il dispiegamento di forze dell’ordine e militari, la chiusura di numerosi esercizi e l’installazione di barriere da parte dei commercianti sarebbero segnali della paura generata dal rischio di nuovi episodi.
Le verifiche sull’inchiesta genovese
La Procura di Genova sta valutando eventuali rapporti tra Siher e il gruppo arrestato nell’indagine della Direzione distrettuale antimafia sul presunto finanziamento ad Hamas attraverso una rete di associazioni benefiche. L’inchiesta, che nel dicembre 2025 aveva portato a decine di arresti, non coinvolge però formalmente il politologo.
Il suo nome, secondo quanto risulta, non compare nell’indagine recentemente chiusa dal capoluogo ligure. Gli accertamenti servono dunque a chiarire se esistano contatti o collegamenti ulteriori, senza che al momento gli venga contestata la partecipazione a quel procedimento.
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