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Attualità 4 min di lettura5 ore fa

Mengoni, biglietti e scaletta: quando il fan si sente proprietario

Dalla polemica su una residenza senza “L’essenziale” al precedente di Springsteen, il pubblico rivendica diritti sempre più lontani dall’ascolto della musica.

«Era bella, ma poi ho scoperto che era anche inutile»: così, cinquant’anni fa, Francesco De Gregori descriveva al Corriere la contestazione contro il Partito Comunista. Quella stessa inutilità, oggi, sembra essersi trasferita nelle guerre digitali sui concerti: prezzi, telefoni imbustati e canzoni escluse dalla scaletta diventano questioni da mobilitazione permanente.


Il pubblico reclama il proprio concerto

La miccia, stavolta, è la residenza annunciata da Marco Mengoni. Gli spettacoli si terranno in un teatro da cinquecento posti, con biglietti più costosi rispetto a quelli per uno stadio, e durante la serata i telefoni verranno chiusi in apposite custodie per impedire le riprese. Mengoni ha spiegato la scelta dicendo: «Così vi godete il concerto».

La reazione sui social è stata immediata. C’è chi considera inaccettabile spendere molto per un biglietto senza poter registrare almeno un frammento dello spettacolo e chi, dopo aver seguito l’artista per anni, interpreta l’acquisto come una sorta di diritto acquisito. Nel frattempo, il confronto tra sostenitori di Mengoni ed estimatori di Emma Marrone si è trasformato nell’ennesima gara a stabilire quale cantante sia stato trattato peggio dal pubblico.


Mengoni senza la canzone simbolo

A rendere più aspra la discussione è stata l’assenza annunciata de “L’essenziale”, il brano con cui Mengoni vinse Sanremo nel 2013. Per chi scrive, resta l’unica sua canzone davvero conosciuta: all’epoca sembrò perfino la colonna sonora adatta a un risultato elettorale, con quel riferimento a un mondo che cade a pezzi.

La nuova formula si svolgerà in un teatro ribattezzato “Allo sbagliato”, espressione sulla quale, durante la conferenza stampa, Mengoni ha risposto: «Tutti e due». Dopo le residenze di Springsteen, Gianni Morandi e Francesco De Gregori, il modello si è ormai allargato a molti artisti. E il circuito commerciale sembra pronto ad aggiungere anche il film dello spettacolo: quello sul concerto di Ultimo ha incassato tre milioni, con biglietti da 17 euro.


Quando Springsteen scatenò la rivolta

Il precedente più istruttivo risale alla primavera del 2016. Bruce Springsteen aveva appena concluso 38 concerti negli Stati Uniti per il “The River Tour” e si preparava a portare lo spettacolo in Europa. Oltreoceano aveva eseguito per intero “The River”, album doppio composto da 20 brani, ma per le date europee annunciò che non avrebbe mantenuto quella formula.

La notizia fece esplodere una discussione surreale tra giornalisti musicali, conduttori radiofonici e altri commentatori, alcuni dei quali arrivarono a evocare denunce. Claudio Trotta, organizzatore dei concerti italiani, ricordò che la libertà artistica comprende anche la scelta di ciò che viene cantato; il principio, tuttavia, sembrò evaporare davanti alla delusione per le canzoni attese.

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In quegli anni la scaletta di Springsteen era quasi un’eccezione: il cantante poteva pescare da un repertorio enorme, contare su una band capace di improvvisare e accogliere richieste dal pubblico. A New York, durante le ultime tappe americane, era capitato di assistere a concerti in cui compariva anche “Purple Rain”, mentre una parte degli spettatori sembrava più interessata a procurarsi altre birre che alle canzoni.


La musica ridotta a rapporto personale

L’autrice ricorda di aver scritto di Mengoni già nel marzo 2013, in un articolo intitolato “Le elezioni vinte da Marco Mengoni”, nato dal rimorso per averlo ignorato fino alla vittoria di Sanremo. L’unico incontro diretto risale invece al retropalco di un concerto altrui: Cristina Fogazzi gli venne presentata e lui la riconobbe citando il suo prodotto per il contorno occhi, il “depuff”.

Il punto, però, non è la familiarità con Mengoni. È il modo in cui il legame tra artista e sostenitore viene trasformato in una relazione di possesso: chi ha partecipato a molti concerti si sente autorizzato a pretendere accesso, prezzi speciali e obbedienza alle proprie aspettative. La stessa persona può accusare il cantante di non fare abbastanza per i fan e, nello stesso momento, difenderlo come vittima di un pubblico incapace di comprenderne il valore.

Nel caso di Springsteen, il fastidio riguardava la rinuncia all’esecuzione integrale di “The River”, dopo 38 concerti americani costruiti attorno all’album. Per Mengoni, invece, la ferita riguarda “L’essenziale”, trattata come una sorta di “Cadillac Ranch” generazionale: un brano che, secondo una parte del pubblico, dovrebbe essere obbligatorio proprio perché è il più riconoscibile.

Tra il processo popolare contro De Gregori al Palalido e le proteste contemporanee per una scaletta o un biglietto, la sproporzione è evidente. Ma la sostanza resta la stessa: l’indignazione viene consumata come passatempo, mentre il diritto di un artista a decidere il proprio spettacolo viene scambiato per un torto personale.

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