Melicucco, il Comune nel mirino: 12 arresti e un assessore ai domiciliari
L’inchiesta della Dda di Reggio Calabria descrive il potere della cosca Costa-Filippone tra minacce, appalti condizionati, pressioni sull’amministrazione e affari sul territorio.
Non si sarebbe limitata a imporre il pizzo: secondo la Dda di Reggio Calabria, la cosca Costa-Filippone avrebbe esercitato a Melicucco un controllo esteso anche sulle attività economiche, sulle controversie private e sulle decisioni dell’amministrazione comunale. L’operazione dei carabinieri del Gruppo Gioia Tauro ha portato a 12 arresti e al sequestro di una società edile e di un terreno adibito a cava.
Tra i destinatari delle misure figura Gabriele Bruzzese, assessore ai Lavori pubblici, accusato di un episodio di estorsione aggravata e posto ai domiciliari. Non gli viene contestata l’appartenenza all’associazione mafiosa. L’indagine, ancora nella fase cautelare, attribuisce invece alla cosca guidata da Rosario Costa, detto “Angelo”, un’influenza profonda sulla vita di Melicucco.
Il potere della cosca oltre il pizzo
Il procuratore di Reggio Calabria Giuseppe Borrelli ha descritto il gruppo come un “soggetto alternativo allo Stato”, spiegando che i cittadini si sarebbero rivolti alla ’ndrina anche per affrontare problemi personali. Nella ricostruzione degli investigatori, il clan avrebbe deciso chi poteva vendere un terreno, risolto liti tra privati, recuperato crediti e imposto forniture alle aziende impegnate nei lavori pubblici.
L’ordinanza del gip Claudio Treglia parla di una presenza “asfittica e capillare” sul territorio. Gli inquirenti contestano inoltre intimidazioni e violenze contro chi non si sarebbe adeguato alle richieste del gruppo, che avrebbe mantenuto collegamenti con altre famiglie della ’ndrangheta, tra cui i Piromalli di Gioia Tauro e i Mancuso di Limbadi.
Sindaco e assessori sotto pressione
Uno degli episodi ricostruiti riguarda l’apertura di un caseificio. Pasquale Costa avrebbe voluto rilevare i locali di una precedente attività, gravata da debiti fiscali. Dopo i primi contatti con il Comune, Dario Varamo, su indicazione di Rosario Costa, avrebbe accompagnato il sindaco Francesco Nicolaci, che non è indagato, nella masseria della famiglia in contrada San Fili.
In quella circostanza il primo cittadino avrebbe illustrato gli ostacoli amministrativi all’avvio dell’attività. Secondo l’accusa, la risposta sarebbe stata una minaccia: se il Comune avesse impedito loro di “avere il pane”, gli indagati sarebbero andati negli uffici per “spaccare gli armadietti in testa a tutti”. Nei giorni seguenti Varamo avrebbe continuato a chiedere al sindaco di sbloccare l’autorizzazione.
Lavori stradali e ruolo dell’assessore
Un altro capitolo riguarda il rifacimento della provinciale 5 in vista del passaggio del Giro d’Italia. Varamo avrebbe chiesto alla Loprete Costruzioni Stradali di asfaltare anche un’area esterna alla carreggiata, usata come parcheggio vicino alla sua abitazione e non prevista dal progetto.
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Di fronte alle resistenze dell’impresa, secondo il gip, Varamo avrebbe coinvolto Bruzzese. L’assessore non si sarebbe opposto alla richiesta e avrebbe sostenuto la necessità di convincere il titolare della ditta. La frase attribuitagli è: “Avimu u mu n’domitamu nui”, cioè “Dobbiamo addomesticarlo noi”. Il tratto sarebbe stato poi asfaltato e alcuni operai avrebbero riferito di aver ricevuto dal Comune l’ordine di eseguire quel lavoro perché lo voleva “Tamburino”, soprannome di Varamo.
Per il giudice, Bruzzese avrebbe utilizzato il proprio incarico pubblico per favorire l’imprenditore. L’ipotesi non riguarderebbe un singolo episodio: quando Varamo si sarebbe lamentato per l’assegnazione di lavori in una piazza a un’impresa esterna al paese, l’assessore gli avrebbe prospettato future opportunità più vantaggiose. Il gip ha quindi evidenziato il rischio di un ulteriore uso della carica per interessi privati.
I dodici destinatari delle misure
Sono sette le persone condotte in carcere: Rosario Costa, Carmelo Costa, Salvatore Ammazzagatti, Pasquale Costa, Salvatore Costa, Salvatore Mangiaruga e Dario Varamo. Ai domiciliari sono stati invece posti Domenico Antonio Napoli, Gabriele Bruzzese, Domenico Giuseppe Galatà, Giuseppe Politanò e Giorgio Varone.
Il provvedimento dispone anche il sequestro della D&D Costruzioni di Varamo Dario e di un terreno utilizzato come cava. L’accusa sostiene che la cosca avrebbe condizionato compravendite immobiliari, imposto il pizzo e indirizzato forniture e lavori verso imprese ritenute vicine.
I collegamenti con altre famiglie
Secondo gli investigatori, Rosario Costa e Varamo avrebbero cercato l’appoggio dei Piromalli per favorire l’assunzione di un familiare nel centro Amazon mai realizzato a Gioia Tauro, vicenda già collegata all’inchiesta “Res Tauro”. Sono stati inoltre ricostruiti rapporti con i Mancuso di Limbadi.
Sul fronte degli stupefacenti, l’indagine indica contatti con una famiglia di Africo per assicurare sostegno logistico a un carico di droga destinato a uscire dal porto di Gioia Tauro. Borrelli ha riferito che gli accertamenti avrebbero documentato più episodi estorsivi e il condizionamento degli organi comunali, indicando come obiettivo della Dda dimostrare l’operatività attuale delle cosche attraverso violenza, intimidazione e assoggettamento.
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