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Attualità 3 min di lettura2 ore fa

Liti temerarie, la tutela si restringe: 9 casi su 10 restano fuori

Il decreto italiano protegge soltanto le controversie civili con profili internazionali e lascia scoperta la maggior parte delle persone colpite da azioni intimidatorie.

La nuova disciplina italiana sulle liti temerarie rischia di offrire una protezione molto più limitata rispetto alle attese. Il decreto con cui il governo ha recepito la direttiva europea si applicherebbe infatti soltanto ai procedimenti civili con elementi transfrontalieri, lasciando fuori le controversie interne e i procedimenti penali.

La scelta ha provocato la reazione di Case Italia, gruppo nazionale della rete europea contro le azioni legali intimidatorie che riunisce 17 organizzazioni. Il provvedimento, atteso dal 7 maggio e ancora in attesa della pubblicazione in Gazzetta ufficiale, viene giudicato insufficiente anche perché il confronto con la società civile sarebbe stato quasi del tutto assente.


La stretta lascia fuori la maggioranza

Secondo le organizzazioni impegnate nella difesa di giornalisti, attivisti e persone che segnalano illeciti, il testo protegge soltanto i bersagli di cause con implicazioni oltre i confini nazionali. Le controversie esclusivamente italiane, che rappresentano almeno il 90% dei casi censiti, restano così escluse dal nuovo meccanismo.

La direttiva europea consentiva un’interpretazione più ampia del requisito transfrontaliero. Una controversia può infatti avere rilevanza internazionale anche quando le parti vivono nello stesso Stato, se altri elementi significativi della vicenda presentano legami con un altro Paese. Il governo, però, non ha scelto di utilizzare questa possibilità.


Anche i procedimenti penali restano scoperti

La disciplina riguarda inoltre soltanto le cause civili. Non rientrano nel suo ambito i procedimenti penali, compresi quelli per diffamazione, indicati da Case Italia tra gli strumenti più frequentemente utilizzati per intimidire chi informa o esprime critiche.

Per la coalizione, questa impostazione solleva interrogativi persino sul rispetto del livello minimo richiesto dalle istituzioni europee. La portavoce Sielke Kelner ha annunciato: «Porteremo all’attenzione della Commissione europea le principali criticità del decreto, affinché venga valutata la conformità rispetto agli obblighi previsti dalla direttiva».

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Il confronto mancato e la protesta a Roma

Case Italia contesta anche il metodo seguito dall’esecutivo. Le organizzazioni sostengono di non essere state coinvolte nella preparazione del provvedimento e ricordano che l’unica audizione parlamentare loro riservata avrebbe visto la presenza di appena tre deputati del Movimento 5 Stelle, senza che le osservazioni presentate fossero poi accolte.

«Il nostro Paese arriva in ritardo, dando un esempio che rischia di trasformarsi in una vera e propria cattiva pratica a livello europeo», ha dichiarato Kelner, definendo deludente il risultato e collegandolo al mancato dialogo con le realtà della società civile. La Commissione europea aveva già inviato all’Italia una lettera di richiamo per il ritardo, mentre nel 2022 e nel 2024, rispettivamente, Commissione e Consiglio d’Europa avevano sollecitato una tutela più ampia.

La coalizione ha convocato una manifestazione per il 22 ottobre, dalle 10 alle 13, in piazza Capranica a Roma. L’obiettivo è chiedere al governo e al Parlamento di correggere una normativa che, secondo i promotori, potrebbe lasciare senza difese gran parte delle vittime di SLAPP.

La protesta si svolgerà pochi giorni dopo l’anniversario dell’assassinio della giornalista maltese Daphne Caruana Galizia. Al momento della morte, la reporter affrontava circa 50 azioni legali temerarie, molte delle quali promosse da esponenti del governo di Malta. In sua memoria la direttiva europea è stata chiamata “legge Daphne” e alla sua elaborazione ha contribuito anche la famiglia della giornalista.

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