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Attualità 5 min di lettura1 ora fa

L’IA riduce i posti, ma espone anche i risparmi: il paradosso

La trasformazione tecnologica investe banche e società finanziarie, mentre il costo delle infrastrutture digitali lega sempre più pensioni e mercati alla redditività dell’intelligenza artificiale.

La corsa all’intelligenza artificiale non sta cambiando soltanto gli organici delle banche: sta anche aumentando l’esposizione dei risparmiatori al debito e alle azioni delle società tecnologiche. Tra licenziamenti, pensionamenti anticipati e mancato ricambio, il lavoro si riduce mentre pensioni, fondi e polizze dipendono sempre di più dalla capacità dell’industria dell’IA di mantenere le promesse di profitto.

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Il rischio finisce nei portafogli

La capitalizzazione dei sei maggiori operatori tecnologici e dei produttori di microchip ha raggiunto circa 31mila miliardi di dollari, pari a un quinto del valore complessivo delle Borse mondiali. Negli Stati Uniti, inoltre, le famiglie possiedono circa un terzo del patrimonio sotto forma di azioni.

Anche il mercato obbligazionario è coinvolto. Gran parte del debito contratto per sviluppare l’intelligenza artificiale rientra nella categoria con valutazione di affidabilità “grado di investimento” e, di conseguenza, compare nei portafogli dei fondi pensione, delle polizze vita e delle compagnie assicurative. La stabilità finanziaria e il futuro previdenziale di milioni di persone risultano così collegati ai risultati economici del settore tecnologico, proprio mentre quest’ultimo ridimensiona la forza lavoro.


Centri dati, una spesa enorme

Secondo Stijn Van Nieuwerburgh, economista della Brookings Institution, la costruzione dei centri dati destinati all’IA potrebbe assorbire ogni anno risorse equivalenti al 3,6% del prodotto interno lordo statunitense fino al 2032. Nel complesso, la stima arriva a 10.300 miliardi di dollari, una cifra superiore alla spesa sostenuta dagli Stati Uniti per le ferrovie nell’Ottocento, le autostrade nel Novecento e circa due terzi dell’elettrificazione nazionale.

Alphabet, Amazon, Microsoft, Meta, Oracle e SpaceX, cioè i principali operatori dell’infrastruttura digitale, dovrebbero produrre 760 miliardi di dollari di flusso di cassa nel 2026, ma prevedono di reinvestire interamente quella somma. Il flusso di cassa libero resterebbe quindi negativo, mentre Morgan Stanley calcola in 466 miliardi di dollari il debito raccolto nel 2026 attraverso emissioni obbligazionarie legate all’IA.


I mercati temono il conto

I dubbi sulla sostenibilità di questo modello hanno alimentato forti vendite sulle Borse statunitensi nei giorni scorsi. Meta ha perso il 6% in una sola seduta, bruciando oltre 115 miliardi di dollari di capitalizzazione, dopo aver segnalato la necessità di reperire “centinaia di miliardi di dollari” per finanziare i propri progetti sull’intelligenza artificiale.

Il paradosso è evidente: la tecnologia viene adottata per aumentare la produttività e contenere il costo del lavoro, ma per essere sviluppata richiede investimenti e debiti di dimensioni sempre più vaste. Se i ricavi attesi non arriveranno, la pressione potrebbe trasferirsi dai bilanci aziendali ai mercati e, attraverso azioni e obbligazioni, ai patrimoni dei cittadini.


L’occupazione cambia senza annunci

Nel 2026 un sesto dei programmi mondiali di riduzione del personale è stato attribuito all’intelligenza artificiale. I dati raccolti da ailayoffs.live indicano oltre 63mila lavoratori del settore bancario già usciti o avviati al prepensionamento a causa dell’automazione, all’interno di circa 500mila licenziamenti complessivi collegati all’IA.

Le aziende, però, non ricorrono sempre a licenziamenti espliciti. Una parte consistente della riduzione avviene attraverso il blocco delle nuove assunzioni e la mancata sostituzione dei dipendenti che lasciano il lavoro. In Europa, la Germania punta soprattutto sui prepensionamenti, la Francia sulla formazione nell’analisi dei dati con garanzie sindacali, mentre in Italia resta in vigore l’obbligo legislativo di supervisione umana.


Barclays accelera la riduzione

Il caso Barclays si inserisce in questo quadro: la banca britannica prevede circa 5mila uscite nel mondo, più del 5% dei suoi 93mila dipendenti. Anna Cross, direttrice finanziaria dell’istituto, ha spiegato che mille lavoratori a tempo pieno sono già stati allontanati nella prima metà dell’anno e che altri 4mila tagli dovrebbero completarsi entro dicembre.

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Il piano mira a ridurre le spese di oltre 1,1 miliardi di sterline già nel prossimo anno. Circa il 60% delle posizioni eliminate riguarda attività di supporto e sviluppatori informatici, aree nelle quali gli strumenti di IA generativa velocizzano la scrittura e la verifica dei programmi.


Conti in crescita, organici in calo

Nei primi nove mesi dell’anno Barclays ha contabilizzato 307 milioni di sterline per la ristrutturazione e prevede ulteriori costi per 300 milioni entro la fine del 2026. Nel terzo trimestre 2026 l’utile ante imposte è aumentato del 12%, arrivando a 2,3 miliardi di sterline, nonostante 201 milioni di oneri strutturali per buonuscite e investimenti tecnologici.

Nello stesso periodo la banca ha restituito 500 milioni di sterline agli azionisti. Dall’inizio dell’anno, tra dividendi e riacquisti di azioni, la distribuzione complessiva ha raggiunto 2,8 miliardi di sterline. L’amministratore delegato Coimbatore Sundararajan Venkatakrishnan ha definito la tecnologia il principale motore dell’efficienza, descrivendo l’IA come “la ciliegina sulla torta, non la torta”.

La segretaria generale di Unite, Sharon Graham, ha invece accusato Barclays di usare la tecnologia per ridurre il personale anziché investire nella sua riqualificazione: “L’azienda usa l’IA come scusa per sbarazzarsi della forza lavoro anziché riqualificarla”.


Dagli Stati Uniti alla Svezia

Negli Stati Uniti Citigroup ha fissato l’obiettivo di 20mila uscite con il piano “Bora Bora” promosso dall’amministratrice delegata Jane Fraser. Il taglio equivale al 9% dei 219mila dipendenti globali; dal quarto trimestre 2025 sono già state eliminate 7mila posizioni, con oltre 1 miliardo di dollari destinato alle indennità.

Nel terzo trimestre di quest’anno le spese operative di Citigroup sono diminuite del 2%, a 13,95 miliardi di dollari, mentre l’utile netto è cresciuto del 40% su base annua, fino a 5,2 miliardi. Morgan Stanley e Goldman Sachs hanno ridotto rispettivamente di 2.500 e 3.000 unità gli organici, anche limitando l’ingresso di analisti junior le cui mansioni possono essere automatizzate.

Il ridimensionamento più marcato resta quello di Klarna. La società tecnologico-finanziaria svedese è passata da più di 5mila a 3mila dipendenti, con una contrazione del 40%, dopo aver affidato all’IA attività equivalenti al lavoro di 700 operatori. Nel 2026 ha tuttavia ricominciato ad assumere personale umano per affrontare le richieste più complesse.


Le banche preparano altri tagli

Nei Paesi Bassi Abn Amro programma una riduzione del 10% dell’organico, pari a 1.500-1.800 posti a tempo pieno, attraverso la digitalizzazione di diverse funzioni. Nel Regno Unito Standard Chartered prevede più di 7mila esuberi nei prossimi quattro anni e una diminuzione del 15% nelle attività interne entro il 2030.

Hsbc, invece, sta valutando una riorganizzazione che potrebbe interessare fino a 20mila addetti, circa un decimo dei suoi 211mila lavoratori. In Italia, il settore bancario ha già registrato 63mila uscite incentivate negli ultimi 15 anni attraverso il fondo di solidarietà della categoria, finanziato dagli stessi istituti.

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