L’Europa è desiderata, l’America rischia di vendere il potere
Da una parte gli aspiranti membri chiedono più integrazione, dall’altra Washington confonde sempre più diplomazia, interessi pubblici e affari privati.
L’Ucraina e gli altri Paesi che guardano all’Unione europea mostrano una necessità che gli Stati membri continuano a eludere: per contare nel confronto tra grandi potenze non basta più agire da soli. Allo stesso tempo, negli Stati Uniti il problema non è l’assenza di un potere comune, ma il rischio che quel potere venga identificato con gli interessi personali di chi lo esercita.
Le due sponde dell’Atlantico attraversano dunque crisi opposte. Washington possiede da circa due secoli e mezzo uno Stato federale, un esecutivo, un esercito, un Tesoro e una politica estera unitaria, ma rischia di confondere la funzione pubblica con il tornaconto dei governanti. L’Europa, invece, ha costruito istituzioni comuni senza attribuire loro l’autorità necessaria per decidere davvero.
Kiev chiede un’Europa più forte
Ucraini, moldavi, montenegrini e albanesi aspirano a entrare nell’Unione non per cancellare la propria identità nazionale. Hanno compreso che, tra Stati Uniti, Cina, Russia e grandi piattaforme tecnologiche, una bandiera, un parlamento e un seggio alle Nazioni Unite non sono sufficienti a controllare energia, difesa, credito, tecnologia e informazione.
Per l’Ucraina, l’adesione rappresenta anche uno strumento per continuare a esistere come Paese indipendente. La stessa logica, con forme e intensità diverse, riguarda gli altri candidati: una parte della sovranità condivisa può aumentare la capacità di proteggere quella residua, non eliminarla.
La contraddizione è che i Paesi desiderosi di partecipare al progetto europeo sembrano averne colto la necessità più chiaramente dei membri attuali. Bruxelles sa che un’Unione composta da trenta o trentacinque Stati non potrebbe funzionare con le regole già insufficienti tra i ventisette di oggi, ma non affronta fino in fondo il problema del potere decisionale.
Il veto blocca il progetto comune
Ogni governo conserva infatti la possibilità di fermare decisioni essenziali. Per sedici anni Viktor Orbán ha trasformato il veto in uno strumento negoziale: bloccare una scelta utile agli altri per ottenere qualcosa in cambio. Non più soltanto una protezione di interessi vitali, dunque, ma una leva politica permanente.
In vista dell’allargamento, l’Unione valuta di chiedere ai futuri membri di rinunciare al veto e pensa a procedure più semplici per sospendere i loro diritti in caso di gravi arretramenti sullo Stato di diritto. La proposta mette però in luce un’evidente asimmetria: ai nuovi arrivati si chiederebbe di non usare una prerogativa che quelli già presenti continuano a difendere.
Il nazionalismo, inoltre, non è confinato ai Paesi considerati periferici. In Francia il Rassemblement National è ormai un attore centrale; in Germania AfD condiziona il quadro politico anche restando all’opposizione; in Italia Giorgia Meloni mantiene posizioni atlantiste e favorevoli all’Ucraina, ma sostiene un’Europa delle nazioni anziché una federazione; in Spagna Pedro Sánchez ha convocato elezioni anticipate per il 29 novembre e Vox si avvicina al diciotto per cento nei sondaggi.
Meloni, Marine Le Pen, Alice Weidel e Santiago Abascal non esprimono posizioni identiche. Il punto comune è però il crescente prezzo interno della cessione di sovranità, proprio mentre aumenta quello internazionale dell’isolamento. Si invoca una difesa europea, ma si pretende che l’ultima decisione resti nazionale; si chiede un mercato dei capitali integrato, lasciando la vigilanza ai singoli Paesi; si desidera una politica estera comune senza rinunciare al diritto di bloccarla.
Washington e la diplomazia d’affari
Negli Stati Uniti la questione è diversa: il potere federale esiste, ma rischia di trasformarsi in uno strumento personale. Un’inchiesta del New York Times riferisce che il 5 settembre Vladimir Putin avrebbe chiesto a Steve Witkoff e Jared Kushner di favorire la cessione di una parte rilevante degli asset internazionali di Lukoil, tra giacimenti, raffinerie e distributori presenti in diversi Paesi.
L’operazione è legata alle sanzioni statunitensi e, secondo la ricostruzione, sarebbe ferma a Washington nonostante un’intesa con Carlyle raggiunta a gennaio. A gravitare intorno alla trattativa ci sarebbero due gruppi mediorientali che in passato hanno collaborato con Witkoff e Kushner, oltre a Todd Boehly, finanziatore di Donald Trump.
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Un esponente dell’amministrazione ha sostenuto che i due emissari starebbero contribuendo a definire la quota spettante agli Stati Uniti, con l’obiettivo di garantire «un consistente pagamento anticipato e una partecipazione agli utili per gli Stati Uniti». Il Cremlino non ha commentato l’operazione, pur confermando l’esistenza di colloqui sulla cooperazione nel settore energetico.
Non ci sono elementi per affermare che Witkoff o Kushner intendano arricchirsi attraverso la diplomazia americana. Inoltre, collegare incentivi economici a un eventuale accordo di pace non è di per sé illegittimo: può servire a renderlo più stabile. Il problema nasce quando il negoziato sull’Ucraina, il rapporto personale del presidente con gli interlocutori e una transazione petrolifera miliardaria finiscono nelle mani dello stesso ristretto circuito.
Il confine tra pubblico e privato
Una politica estera impostata come una sequenza di transazioni tratta guerra, sanzioni, territori, energia e investimenti come voci dello stesso contratto. Gli apparati diplomatici, le procedure e le competenze professionali vengono sostituiti dal capo e dai suoi incaricati, chiamati a individuare il prezzo capace di soddisfare ogni parte.
Ma uno Stato non può essere gestito come un’impresa. L’interesse nazionale non coincide con l’insieme delle opportunità economiche concluse dai suoi rappresentanti. Incompatibilità, controlli e garanzie procedurali sono nati proprio per impedire che il vantaggio di chi governa venga scambiato per quello della collettività.
La domanda posta da Anne Applebaum riguarda quindi il destinatario reale della politica estera statunitense. La difficoltà americana non sta nella mancanza di strumenti federali, bensì nella loro crescente personalizzazione: se la diplomazia passa dalle istituzioni agli emissari del presidente e l’interesse nazionale diventa un portafoglio di operazioni, la federazione resta formalmente intatta ma cambia la natura del potere esercitato.
Due debolezze speculari
Un governatore del Texas non può bloccare una sanzione contro la Russia e la Florida non conduce una propria politica commerciale con la Cina. Quando Washington decide, decide una federazione. Tuttavia, la solidità dell’architettura istituzionale non basta a impedire una degenerazione se l’autorità pubblica viene sovrapposta alla figura del presidente.
L’Europa, sotto questo profilo, ha difeso meglio la distinzione tra pubblico e privato e continua ad avere una notevole capacità di attrazione. Nessuno costringe gli ucraini a guardare all’Unione mentre combattono per la propria sopravvivenza, né obbliga i moldavi a scegliere Bruxelles mentre subiscono la pressione di Mosca.
Il limite europeo è un altro: non aver deciso che cosa fare del proprio successo. È stata costruita una struttura quasi federale, piena di eccezioni, cooperazioni rafforzate e clausole passerella raramente utilizzate. La difesa resta affidata agli eserciti nazionali, mentre la politica estera comune può essere impedita da ciascun governo.
Con sei membri il compromesso continuo poteva ancora funzionare. Con ventisette il veto si è trasformato in una possibilità di ricatto; con trenta o trentacinque, aspettare l’unanimità su ogni scelta decisiva equivarrebbe spesso a rinunciare ad agire. Le discussioni sull’allargamento non possono quindi limitarsi a stabilire chi entrerà: devono chiarire quale autorità l’Europa intenda finalmente costruire.
La lezione arriva proprio dai candidati. Kiev, da sola, non può determinare gli equilibri militari del continente; inserita in un’Europa capace di difendersi, potrebbe contribuire a definirli. Ciò che vale per l’Ucraina e per Chișinău vale, in misura diversa, anche per Roma, Parigi, Berlino e Madrid: condividere potere può essere il modo più concreto per conservarne una parte sostanziale.
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