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Attualità 3 min di lettura1 ora fa

Lavoro in Italia, il paradosso: più occupati ma stipendi in calo

Il numero degli occupati cresce, ma l’Italia resta ultima nell’Ue per tasso di occupazione: pesano inattività, divario femminile, salari inferiori e sicurezza ancora critica.

Il 7 ottobre, Giornata mondiale per il lavoro dignitoso, l’Italia si presenta con un quadro segnato da contraddizioni profonde. Da una parte il numero degli occupati ha raggiunto il livello più alto di sempre; dall’altra, il Paese resta fanalino di coda nell’Unione europea per partecipazione al mercato del lavoro. A questo si aggiungono retribuzioni che hanno perso potere d’acquisto e un bilancio ancora pesante sul fronte degli incidenti.

Il lavoro dignitoso, richiamato anche dall’Obiettivo 8 dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, non riguarda soltanto la possibilità di avere un impiego. Comprende reddito adeguato, tutela, sicurezza, pari opportunità e rispetto dei diritti. I dati dell’Osservatorio di Talents Venture e quelli di Istat mostrano quanto questi aspetti restino problematici in Italia.


Gli stipendi non recuperano terreno

Tra il 1990 e il 2025 il salario reale medio italiano è diminuito del 2%. Si tratta della variazione del potere d’acquisto effettivo delle retribuzioni, calcolata considerando l’inflazione. Nello stesso arco temporale, invece, la Francia e la Germania hanno registrato una crescita del 36%, mentre in Spagna l’incremento è stato del 16%.

Anche il confronto europeo sulle retribuzioni orarie conferma il divario. Nel 2022 la paga mediana italiana, calcolata a parità di potere d’acquisto, era pari a 13,60 PPS l’ora, contro i 14,91 della media dell’Ue e i 17,33 della Germania. Il titolo di studio non elimina la distanza: in Italia un laureato guadagna il 3,1% in meno rispetto alla media europea e il 25,5% in meno di un laureato tedesco.

Il vantaggio economico della laurea rispetto al diploma appare più elevato in Italia, dove raggiunge il 49,7%, contro il 43,4% medio europeo. Secondo l’analisi, però, il risultato dipende soprattutto dagli stipendi contenuti dei diplomati, più che da retribuzioni particolarmente alte per chi possiede un titolo universitario. I diplomati italiani, infatti, ricevono il 7,2% in meno della media europea.


Il record degli occupati non basta

Nel primo trimestre del 2026 le persone occupate in Italia sono arrivate a 24 milioni e 207mila, al netto delle variazioni stagionali. Il dato prosegue una tendenza positiva che dura da diversi anni, ma non descrive da solo la reale diffusione del lavoro nella popolazione.

Il parametro più significativo è il rapporto tra chi lavora e l’intera popolazione in età lavorativa. Nel 2025, tra i 20 e i 64 anni, il tasso italiano si è fermato al 67,6%, il valore più basso tra i 27 Stati dell’Unione. La media europea era del 76,1%; la Germania raggiungeva l’81,1%, la Francia il 75,4% e la Spagna il 72,4%.

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Il divario risulta particolarmente evidente osservando la componente femminile. In Italia il tasso di occupazione degli uomini era del 77,1%, meno di quattro punti sotto la media europea. Per le donne, invece, si fermava al 58%, rispetto a circa il 71% dell’Ue e a un livello quasi 20 punti più basso di quello tedesco. È soprattutto la ridotta presenza femminile nel mercato del lavoro ad ampliare la distanza complessiva dagli altri Paesi.


Inattivi e sicurezza restano emergenze

Nel 2025 gli italiani inattivi erano 12,37 milioni: persone senza un impiego e che non stavano cercando lavoro. Rappresentavano il 33,3% della popolazione nella fascia considerata, contro il 24,4% della media europea. In pratica, circa un residente su tre in età lavorativa risultava fuori dalla forza lavoro.

Il peso dell’Italia sul totale europeo rende il dato ancora più significativo. Gli occupati italiani costituiscono l’11,7% di quelli dell’Ue, mentre gli inattivi arrivano al 17,9% del totale europeo. Quasi una persona inattiva su cinque nell’Unione vive dunque in Italia.

La dignità del lavoro passa anche dalla protezione contro gli incidenti. Nel 2025, secondo Inail, le vittime sono state 1.189: 890 hanno perso la vita mentre si trovavano sul posto di lavoro e 299 durante il tragitto tra casa e sede lavorativa, conteggiato nelle statistiche italiane sugli infortuni.

Per il confronto con gli altri Stati membri bisogna fare riferimento al 2023, l’ultimo anno disponibile nei dati Eurostat. In quell’anno l’Italia ha registrato 2,01 morti sul lavoro ogni 100mila occupati, contro una media europea di 1,63. Il quadro dell’occupazione, quindi, non può essere valutato soltanto attraverso il numero complessivo degli impieghi: salari, accesso al lavoro e sicurezza restano componenti decisive.

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