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Attualità 3 min di lettura53 min fa

La globalizzazione non finisce: cambia il potere delle dipendenze

Per Matteo Maggiori il commercio mondiale non si sta spegnendo: Stati e imprese stanno però rivalutando i rischi legati a infrastrutture, tecnologie e fornitori indispensabili.

La globalizzazione non sembra destinata a scomparire, ma il suo significato sta cambiando. A contare non sono più soltanto il prezzo di un bene o l’efficienza della sua produzione: diventano centrali anche il controllo delle filiere e la possibilità che una dipendenza economica si trasformi in uno strumento di pressione politica.

È questa la lettura proposta da Matteo Maggiori, professore di Finanza alla Stanford Graduate School of Business, senior fellow allo Stanford Institute for Economic Policy Research e cofondatore del Global Capital Allocation Project. A Torino, ospite del Festival Internazionale dell’Economia, ha tenuto la Pareto Lecture sulla geoeconomia e ha discusso del nuovo rapporto tra commercio, sicurezza e potere internazionale.

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Quando una dipendenza diventa strategica

Secondo Maggiori, non ogni settore in difficoltà può essere considerato essenziale per la sicurezza economica. Per stabilire se una filiera sia davvero strategica occorre misurare almeno tre elementi: quanto è concentrata l’offerta, quanto è difficile ricreare un’alternativa e quale impatto avrebbe il suo blocco sul resto dell’economia.

Il controllo quasi totale di una tecnologia produce infatti un rischio diverso rispetto a una quota di mercato significativa ma contendibile. I semiconduttori avanzati e i sistemi di pagamento rientrano tra i casi più delicati, perché richiedono anni di investimenti, competenze specialistiche e infrastrutture difficili da sostituire rapidamente. «Non si costruisce dall’oggi al domani un sistema internazionale di pagamenti o una capacità produttiva di semiconduttori avanzati», ha spiegato Maggiori.

L’economista invita però a non usare la parola “strategico” come un’etichetta politica. Se un’azienda chiude, il problema può riguardare soprattutto la velocità con cui i lavoratori perdono il posto e la scarsità di alternative disponibili; in quel caso, sostiene, possono essere giustificati sostegni e programmi di riqualificazione. Questo non significa necessariamente mantenere in vita proprio quell’impresa.


Il commercio resta, cambiano le alleanze

I dati non descrivono un mondo che ha smesso di commerciare. Dopo la forte crescita registrata prima del 2008, il rapporto tra importazioni ed esportazioni e il prodotto interno lordo mondiale si è stabilizzato su livelli elevati. Anche lo sviluppo dell’intelligenza artificiale sta sostenendo gli scambi, perché produzione e infrastrutture sono distribuite in più Paesi.

La trasformazione riguarda quindi soprattutto la direzione delle catene del valore e la valutazione dei rischi. «Sarà una globalizzazione diversa: una rotazione delle attività, delle catene del valore e delle dipendenze», ha detto Maggiori, prendendo le distanze dall’idea di una semplice separazione tra blocco occidentale e blocco cinese.

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Per esercitare un’influenza economica internazionale, gli Stati Uniti hanno bisogno di una rete di partner. L’efficacia delle sanzioni finanziarie dipende anche dai grandi centri europei e britannici, mentre nel settore dei semiconduttori alcune tecnologie decisive si trovano in Europa e altre in Corea del Sud. Da qui l’importanza delle alleanze con Europa, Regno Unito, Corea e Australia.


Europa tra autonomia e costi

La questione riguarda anche le infrastrutture sulle quali si fondano gli scambi quotidiani. Visa e Mastercard hanno un ruolo rilevante nei pagamenti al dettaglio europei, mentre Swift è un’infrastruttura fondamentale per le transazioni internazionali. La domanda, oggi, è quanto sia prudente dipendere da sistemi che possono essere influenzati da un’altra potenza.

In questo quadro si collocano il progetto dell’euro digitale e i tentativi di rafforzare i collegamenti tra i sistemi europei di pagamento e quelli di Paesi come Brasile e India. Un ragionamento analogo riguarda Asml, azienda collocata in un punto decisivo della filiera globale dei semiconduttori.

Per l’Europa, tuttavia, ridurre ogni dipendenza non significa produrre tutto entro i propri confini. Le alternative possono includere scorte, fornitori diversi e una capacità installata più ampia. La scelta dipende dalla natura del rischio: un bene consumato rapidamente, come il petrolio, espone a un problema diverso rispetto a pannelli solari già installati, che continuerebbero a generare energia anche in caso di interruzione delle vendite cinesi.

La transizione verso le fonti rinnovabili può quindi contribuire anche a una maggiore indipendenza energetica. Resta però da valutare, settore per settore, quale livello di autonomia sia realmente necessario e quale costo famiglie, imprese e istituzioni siano disposte a sostenere.

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