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Attualità 3 min di lettura58 min fa

Globalizzazione, cambia tutto: le dipendenze che ora fanno paura

Matteo Maggiori spiega perché commercio e scambi non stanno finendo, ma vengono ridisegnati intorno a sicurezza, alleanze e controllo delle infrastrutture essenziali.

La globalizzazione non sta scomparendo: sta cambiando natura. Secondo Matteo Maggiori, professore di Finanza alla Stanford Graduate School of Business, il punto non è soltanto quanto costa un prodotto o quanto sia efficiente realizzarlo, ma quale potere ottiene chi controlla una tecnologia, una rete o una risorsa indispensabile.

Il tema è al centro della ricerca del docente, in questi giorni a Torino per il Festival Internazionale dell’Economia. Al Collegio Carlo Alberto Maggiori ha tenuto la Pareto Lecture dedicata alla geoeconomia, disciplina che osserva il modo in cui gli Stati trasformano i rapporti commerciali e finanziari in strumenti di influenza.

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La globalizzazione cambia direzione

I dati, spiega Maggiori, non descrivono un mondo che ha smesso di commerciare. Gli scambi internazionali restano elevati e il rapporto tra importazioni, esportazioni e prodotto interno lordo mondiale, dopo la forte crescita registrata prima del 2008, si è in larga parte stabilizzato.

La novità riguarda piuttosto la valutazione delle dipendenze. L’Europa, osserva il professore, ha ricevuto uno degli shock più importanti non soltanto dalla Cina, ma anche dagli Stati Uniti. Sistemi di pagamento come Visa, Mastercard e Swift mostrano quanto una rete utilizzata da tutti possa diventare anche una leva di potere per il Paese o il gruppo che la controlla.

Da questa consapevolezza nascono iniziative come l’euro digitale e il tentativo di rafforzare i collegamenti tra i sistemi europei di pagamento all’ingrosso e quelli di Paesi quali Brasile e India. Una logica analoga riguarda Asml, azienda collocata in un punto decisivo della filiera mondiale dei semiconduttori.


Quando un settore è davvero strategico

La specializzazione internazionale continua a offrire vantaggi: ogni Paese può concentrarsi su ciò che sa produrre meglio e commerciare con gli altri. Ma il calcolo economico deve includere anche il rischio che la controparte interrompa le forniture. Alcune produzioni possono essere ricreate in tempi brevi; un sistema globale di pagamenti o una capacità avanzata nel settore dei semiconduttori richiedono invece anni, tecnologie e competenze difficili da ricostruire.

Per Maggiori, definire strategica un’industria non può diventare una scorciatoia per proteggere qualsiasi impresa in difficoltà. Gli elementi da valutare sono almeno tre: il grado di controllo dell’offerta, la complessità tecnologica necessaria per creare alternative e l’importanza del comparto per il resto dell’economia.

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«Se qualcuno mi dice “non te lo vendo più”, devo domandarmi se esiste un altro fornitore», ha spiegato il docente. Un’azienda che domina il 95% di un mercato crea una dipendenza molto diversa rispetto a chi ne controlla il 50%; allo stesso modo, un blocco dei sistemi di pagamento avrebbe conseguenze assai più ampie rispetto all’interruzione della vendita di un bene comune.


Le alleanze restano decisive

L’eventuale contrapposizione tra un sistema occidentale e uno cinese non sarebbe comunque una separazione netta. Gli Stati Uniti dispongono di un peso economico enorme, ma per esercitare pressioni efficaci su Paesi terzi hanno bisogno di una rete che comprenda Europa, Regno Unito, Corea e Australia.

Le sanzioni finanziarie dipendono anche dai principali centri europei e britannici, mentre nella produzione dei semiconduttori le competenze essenziali sono distribuite tra Europa e Corea. Per questo, secondo Maggiori, una competizione con la Cina richiede alleati solidi: indebolire il rapporto transatlantico o alimentare una forte incertezza al suo interno renderebbe meno efficace la strategia americana.

Anche il rapido sviluppo dell’intelligenza artificiale sta sostenendo gli scambi, perché fabbriche, componenti e infrastrutture necessarie sono collocati in diversi Paesi. Il risultato atteso non è dunque necessariamente una riduzione del commercio, ma una diversa distribuzione delle attività, delle catene produttive e dei rischi.


Energia verde, la dipendenza va misurata

Nel caso di pannelli solari, pale eoliche e batterie, la domanda non può limitarsi a stabilire se l’Europa debba produrre tutto internamente o acquistare dalla Cina a prezzi inferiori. Occorre prima capire quale forma assuma concretamente la dipendenza e quali conseguenze avrebbe un’interruzione delle forniture.

Un pannello solare già installato, infatti, continua a generare energia anche se la Cina smettesse di esportarne. La situazione è diversa da quella del petrolio, che viene consumato e richiede un flusso costante di approvvigionamenti. Per ridurre i rischi, quindi, non esiste una sola risposta: si possono creare riserve, aumentare la capacità installata o distribuire gli acquisti tra più fornitori.

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