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Attualità 4 min di lettura43 min fa

Globalizzazione, la nuova sfida è la dipendenza: chi controlla le filiere

Matteo Maggiori spiega perché commercio e catene produttive non stanno scomparendo, ma vengono ridisegnati da sicurezza, alleanze e potere geopolitico.

La globalizzazione non sta arrivando al capolinea: sta cambiando natura. Secondo Matteo Maggiori, professore di Finanza alla Stanford Graduate School of Business, il punto non è più soltanto quanto costa produrre un bene o dove conviene realizzarlo, ma quale influenza ottiene chi controlla una tecnologia, una rete o una materia essenziale.

L’economista, a Torino per il Festival Internazionale dell’Economia e per la Pareto Lecture al Collegio Carlo Alberto, studia da anni i flussi finanziari, le valute di riserva e il ruolo del dollaro. Il suo lavoro si è concentrato sempre più sulla geoeconomia, cioè sull’uso dei rapporti economici come strumenti di pressione tra Stati.

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Le dipendenze valgono più dei costi

I dati, osserva Maggiori, non mostrano un mondo che ha smesso di commerciare. Gli scambi restano elevati, mentre il rapporto tra importazioni, esportazioni e prodotto interno lordo mondiale si è stabilizzato dopo la crescita registrata prima del 2008. La trasformazione riguarda piuttosto il modo in cui vengono valutate le dipendenze.

Per l’Europa, il passaggio più delicato non è legato soltanto alla Cina. Un ruolo decisivo lo ha avuto anche il rapporto con gli Stati Uniti, soprattutto nel settore delle infrastrutture finanziarie. Visa e Mastercard sono largamente presenti nei pagamenti al dettaglio europei, mentre Swift ha una funzione centrale nelle transazioni internazionali: da qui nasce il dubbio su quanto sia prudente affidarsi a sistemi che possono essere influenzati da un altro Paese.

La stessa logica riguarda i semiconduttori e aziende come Asml, collocata in un punto cruciale della filiera globale. La specializzazione continua a produrre vantaggi, ma oggi deve confrontarsi con una domanda ulteriore: cosa accadrebbe se il fornitore decidesse di interrompere le vendite? Alcune produzioni possono essere ricostruite rapidamente, mentre un sistema internazionale di pagamenti o una capacità avanzata nel campo dei microchip richiedono anni.


La globalizzazione cambia alleanze

Maggiori non prevede necessariamente la nascita di due blocchi economici completamente separati. Gli Stati Uniti, pur disponendo di un’enorme forza economica, hanno bisogno di partner come Europa, Regno Unito, Corea del Sud e Australia per esercitare pressioni efficaci su Paesi terzi.

Le sanzioni finanziarie dipendono anche dai grandi centri europei e britannici, mentre la produzione dei semiconduttori richiede tecnologie distribuite tra più aree del mondo. Per questo, secondo l’economista, indebolire l’alleanza transatlantica sarebbe una scelta poco coerente con l’obiettivo americano di competere con la Cina.

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La crescita dell’intelligenza artificiale, inoltre, sta sostenendo nuovi scambi perché fabbriche, componenti e infrastrutture necessarie sono distribuiti in diversi Paesi. Il risultato potrebbe quindi essere una diversa disposizione delle catene del valore, non una loro scomparsa. Come sintetizza Maggiori, «il cambiamento strutturale non sarà necessariamente meno globalizzazione, ma una globalizzazione diversa».


Quando un settore è davvero strategico

Il termine “strategico” rischia però di diventare un’etichetta utilizzata da qualunque industria in difficoltà per ottenere protezione. La ricerca di Maggiori prova a stabilire criteri più rigorosi: salvare un’azienda non coincide automaticamente con la tutela dell’economia nazionale. In caso di chiusure rapide e concentrate su lavoratori con poche alternative, possono essere utili sostegni e percorsi di riqualificazione, senza per questo mantenere in vita ogni impresa.

Un settore assume rilevanza strategica, secondo l’economista, quando ricorrono almeno tre condizioni. La prima è un controllo molto elevato dell’offerta: dipendere da chi possiede il 95% della produzione è diverso dal confrontarsi con un soggetto che ne controlla il 50%. La seconda riguarda la difficoltà tecnica e temporale necessaria per creare un’alternativa. La terza è l’effetto sull’intero sistema economico: i pagamenti, per esempio, hanno un peso trasversale perché un loro blocco fermerebbe molte attività.


Energia verde, non solo produzione interna

Il caso delle tecnologie per le energie rinnovabili mostra perché la dipendenza debba essere analizzata con precisione. Se la Cina interrompesse domani le forniture di pannelli solari, gli impianti già installati continuerebbero a produrre elettricità. La situazione sarebbe diversa rispetto al petrolio, che viene consumato e richiede un flusso costante di nuove forniture.

Per ridurre i rischi, dunque, non esiste una sola risposta. Oltre a ricostruire una produzione interna, un Paese può accumulare riserve, installare una capacità superiore al fabbisogno o distribuire gli acquisti tra più fornitori. La sicurezza economica, in questa nuova fase, non coincide necessariamente con l’autosufficienza completa: dipende dalla possibilità concreta di resistere a un’interruzione e di trovare alternative.

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