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Attualità 4 min di lettura43 min fa

Energia, chip e pagamenti: la nuova dipendenza che ridisegna il mondo

Per Matteo Maggiori il commercio globale non sta scomparendo: cambiano invece i rapporti di forza, le alleanze e il valore strategico delle filiere.

La dipendenza economica non si misura allo stesso modo per ogni prodotto. Se la Cina interrompesse domani le forniture di pannelli solari, gli impianti già installati continuerebbero a generare elettricità; per il petrolio, invece, l’effetto sarebbe immediato, perché ogni rifornimento viene consumato e può essere sostituito soltanto dalle scorte disponibili. Da questa differenza nasce una domanda decisiva: quando conviene ricostruire una filiera nazionale e quando, invece, bastano riserve, più capacità produttiva o fornitori alternativi?

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La sicurezza pesa più del prezzo

Secondo Matteo Maggiori, professore di Finanza alla Stanford Graduate School of Business e senior fellow allo Stanford Institute for Economic Policy Research, la risposta non può consistere nel produrre tutto all’interno dei propri confini. La transizione energetica, osserva, va valutata anche considerando la natura della dipendenza e i tempi necessari per reagire a una possibile interruzione delle forniture.

Il punto vale per l’intera economia. La globalizzazione, spiega Maggiori, non si sta semplicemente spegnendo: il commercio resta su livelli elevati, mentre Stati e imprese stanno rivalutando il rischio legato alle infrastrutture controllate da altri Paesi. «Non è la fine della globalizzazione», ha affermato l’economista: è una trasformazione più articolata, nella quale una relazione commerciale viene giudicata anche per il potere che può consegnare a chi controlla quella risorsa.


Quando un settore diventa strategico

Per evitare che ogni industria in difficoltà invochi una protezione speciale, Maggiori propone di considerare almeno tre elementi. Il primo è la concentrazione dell’offerta: dipendere da un soggetto che controlla il 95% di un bene espone a un rischio molto maggiore rispetto a una situazione in cui il principale fornitore detiene il 50%.

Il secondo fattore riguarda la possibilità di ricreare rapidamente l’alternativa. Alcune produzioni possono essere riavviate in tempi brevi, mentre altre richiedono anni, competenze specifiche e tecnologie difficili da acquistare. Il terzo criterio è l’impatto sull’intero sistema economico: un blocco dei pagamenti può paralizzare numerose attività, mentre la stessa conseguenza non si verifica per la maggior parte dei beni scambiati ogni giorno.

«Strategico» non dovrebbe quindi essere un marchio politico applicato in modo assoluto, ma una valutazione graduata. L’economista distingue inoltre la difesa di una filiera dalla sopravvivenza di ogni singola azienda: se una chiusura colpisce rapidamente lavoratori con poche alternative, possono essere giustificati sostegni e percorsi di riqualificazione, senza che ciò imponga di mantenere in vita l’impresa a qualunque costo.


L’Europa dipende anche dagli alleati

Il riassetto riguarda soprattutto i settori nei quali il controllo tecnologico o finanziario produce influenza. I sistemi di pagamento ne sono un esempio: in Europa i circuiti Visa e Mastercard hanno un ruolo centrale negli acquisti al dettaglio, mentre Swift collega le transazioni internazionali. Oggi, osserva Maggiori, è diventato naturale chiedersi quanto sia prudente affidarsi a infrastrutture che potrebbero subire la pressione di un altro governo.

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Da qui derivano iniziative come l’euro digitale e il rafforzamento dei collegamenti tra i sistemi europei di pagamento all’ingrosso e quelli di Paesi quali Brasile e India. Un ragionamento analogo riguarda Asml, collocata in una posizione essenziale nella catena mondiale dei semiconduttori: alcune capacità produttive non possono essere sostituite rapidamente con un semplice investimento finanziario.

Gli Stati Uniti, pur disponendo di un mercato enorme e di una notevole forza economica, per esercitare un’influenza efficace su Paesi terzi hanno bisogno di una rete di partner. L’Europa, il Regno Unito, la Corea e l’Australia forniscono infatti competenze, infrastrutture e centri finanziari indispensabili, anche per rendere operative le sanzioni o mantenere il controllo sulle tecnologie avanzate.


Una globalizzazione ridisegnata

Per questo, secondo Maggiori, una competizione con la Cina non può prescindere dalla solidità dell’alleanza transatlantica. Creare incertezza nei rapporti tra le due sponde dell’Atlantico rischierebbe di indebolire proprio gli strumenti necessari a esercitare il potere geoeconomico.

Il rapporto tra importazioni ed esportazioni e prodotto interno lordo mondiale, dopo la forte espansione registrata prima del 2008, si è stabilizzato, ma non indica la scomparsa degli scambi. Al contrario, la crescita dell’intelligenza artificiale sta sostenendo nuovi flussi internazionali, perché fabbriche, componenti e infrastrutture coinvolte sono distribuite in diversi Paesi.

La tesi dell’economista nasce dagli studi sulla finanza internazionale, sui movimenti di capitale e sulle valute di riserva, ma oggi si concentra sempre più sulla geoeconomia. In un lavoro realizzato con Christopher Clayton e Jesse Schreger, il rapporto tra due grandi potenze viene descritto come una relazione ambivalente: continuano a commerciare, ma allo stesso tempo cercano di impedire che l’altra diventi un’alternativa credibile per il resto del mondo.

Maggiori ha discusso questi temi a Torino, al Collegio Carlo Alberto, durante la Pareto Lecture dedicata alla geoeconomia, nel quadro del Festival Internazionale dell’Economia. La conclusione è che il futuro non sarà necessariamente segnato da meno commercio, bensì da una diversa distribuzione delle attività, delle catene del valore e delle dipendenze.

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