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Attualità 4 min di lettura16 min fa

Energia verde e dipendenze: la scelta difficile dell’Europa

Per Matteo Maggiori la globalizzazione non sta finendo: cambiano le catene del valore e il peso geopolitico di pagamenti, semiconduttori ed energia.

La transizione verso le fonti rinnovabili può offrire all’Europa anche un vantaggio sul piano dell’autonomia, ma non impone necessariamente di riportare ogni produzione entro i confini comunitari. La questione decisiva, secondo Matteo Maggiori, è capire quale tipo di dipendenza si crea e quanto sarebbe difficile sostituire un fornitore.

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Le rinnovabili non sono il petrolio

Un blocco delle importazioni cinesi di pannelli solari non spegnerebbe gli impianti già installati, che continuerebbero a generare elettricità. Il caso è quindi diverso da quello del petrolio, una risorsa che viene consumata e la cui disponibilità dipende direttamente dalle scorte.

Per ridurre i rischi non esiste una sola ricetta. Le alternative comprendono la costituzione di riserve, l’installazione di una capacità superiore al fabbisogno immediato e la ricerca di più Paesi fornitori. La sicurezza economica, dunque, non coincide sempre con l’obiettivo di produrre tutto internamente.


Quando un settore diventa strategico

La parola “strategico” viene spesso usata dalle industrie che chiedono protezione, ma per Maggiori occorre applicarla con criteri più rigorosi. Un comparto merita particolare attenzione quando l’offerta è concentrata, l’eventuale alternativa è difficile da ricreare e il suo funzionamento è essenziale per numerose altre attività.

Il controllo del 95% di una risorsa o di una tecnologia espone a un rischio molto maggiore rispetto a una quota del 50%. Anche la complessità tecnica pesa: alcune capacità richiedono anni di ricerca, competenze specialistiche e infrastrutture che non possono essere ottenute semplicemente aumentando gli investimenti.

I sistemi di pagamento rappresentano un esempio evidente, perché un loro blocco avrebbe conseguenze diffuse sull’intera economia. Al contrario, la maggior parte dei beni scambiati a livello internazionale non presenta lo stesso grado di vulnerabilità. Per questo, sostiene l’economista, la strategicità va misurata e non trattata come un’etichetta politica.


La globalizzazione cambia forma

Maggiori esclude che il commercio mondiale stia scomparendo. Dopo la forte crescita registrata nei decenni precedenti al 2008, il rapporto tra importazioni, esportazioni e prodotto mondiale si è stabilizzato, mentre la diffusione dell’intelligenza artificiale sta sostenendo nuovi scambi: componenti industriali e infrastrutture necessarie sono distribuite in diversi Paesi.

Il fenomeno assomiglia quindi più a una riconfigurazione che a una chiusura. Le attività si spostano, le catene produttive vengono ridisegnate e le dipendenze acquistano un significato politico che in passato veniva sottovalutato.


Alleanze decisive contro Pechino

La competizione economica con la Cina non può essere affrontata dagli Stati Uniti senza il sostegno dei partner. Washington dispone di un mercato vasto e di una notevole forza finanziaria, ma per esercitare pressioni efficaci su Paesi terzi ha bisogno della collaborazione dell’Europa, del Regno Unito, della Corea del Sud e dell’Australia.

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Lo si vede nelle sanzioni finanziarie, la cui portata sarebbe molto più limitata senza i grandi centri europei e britannici. Anche nel settore dei semiconduttori le competenze risultano distribuite: alcune tecnologie cruciali si trovano in Europa, altre in Corea del Sud. Da qui la conclusione di Maggiori: indebolire il rapporto transatlantico renderebbe meno efficace la strategia americana verso la Cina.


Dai costi alla sicurezza economica

Per decenni la convenienza degli scambi è stata spiegata attraverso la specializzazione: ogni Paese si concentra su ciò che sa produrre meglio e acquista dagli altri il resto. Oggi questa logica deve essere affiancata da una domanda diversa: che cosa accadrebbe se il fornitore interrompesse le vendite, anche a fronte di un prezzo più alto?

Alcune produzioni possono essere ricostruite in tempi brevi; altre richiedono anni. Non è semplice creare rapidamente una rete internazionale di pagamenti o recuperare la capacità di realizzare semiconduttori avanzati. Il problema nasce proprio dal contrasto tra il risparmio garantito dalla specializzazione e il valore di mantenere una protezione contro gli shock.


Il ruolo dell’Europa

Secondo Maggiori, il passaggio verso una nuova lettura dei rapporti economici non è stato provocato soltanto dalla Cina. Per l’Europa, una svolta importante è arrivata anche dagli Stati Uniti e dalla consapevolezza che infrastrutture apparentemente neutre possono diventare strumenti di pressione.

Nei pagamenti al dettaglio europei hanno un peso rilevante Visa e Mastercard, mentre negli scambi internazionali il riferimento è Swift. Da qui nasce l’interrogativo sulla dipendenza da sistemi controllati o influenzati da un’altra potenza, insieme a iniziative come l’euro digitale e il rafforzamento dei collegamenti tra le reti europee di pagamento all’ingrosso e quelle di Brasile e India.

Un’altra posizione delicata riguarda Asml, elemento centrale nella filiera mondiale dei semiconduttori. Prodotti, reti e tecnologie non vengono più valutati soltanto in base al prezzo o alla loro utilità immediata: conta anche il potere che attribuiscono a chi li controlla e il rischio che trasferiscono a chi ne ha bisogno.

Maggiori, professore di Finanza alla Stanford Graduate School of Business, senior fellow allo Stanford Institute for Economic Policy Research e cofondatore del Global Capital Allocation Project, ha sviluppato questi temi studiando finanza internazionale, movimenti di capitale e valute di riserva. A Torino, durante il Festival Internazionale dell’Economia, ha tenuto al Collegio Carlo Alberto la Pareto Lecture dedicata alla geoeconomia.

Nel lavoro realizzato con Christopher Clayton e Jesse Schreger, la competizione tra grandi potenze viene descritta come un equilibrio instabile: gli Stati continuano a commerciare, ma valutano continuamente se quel rapporto possa rafforzare il rivale. Il guadagno economico viene così confrontato con l’influenza geopolitica che lo stesso scambio può generare.

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