Kreuzberg, l’arte migrante rimossa dopo il Muro: la mostra
Al Gropius Bau, oltre cento opere ricostruiscono la scena culturale nata dall’incontro tra migrazione, attivismo e arte nella Berlino Ovest del dopoguerra.
Il Muro di Berlino non fu l’unico elemento a definire la storia di Kreuzberg. Il quartiere, gravemente danneggiato durante la guerra e collocato ai margini della Berlino Ovest, divenne anche un punto d’incontro per lavoratori stranieri, artisti e intellettuali. La loro presenza contribuì a creare una scena culturale intensa, che dopo la riunificazione tedesca finì tuttavia ai margini della memoria ufficiale.
Oggi quella vicenda torna al centro del racconto con una grande esposizione al Gropius Bau. Attraverso più di cento opere, la mostra ricostruisce esperienze segnate da abitazioni degradate, occupazioni industriali, nostalgia per i paesi d’origine e razzismo nella Germania del dopoguerra.
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Un quartiere tra guerra e frontiera
Kreuzberg era circondato per tre quarti dal Muro e, per la sua posizione, assumeva quasi la fisionomia di un’enclave urbana. Secondo Gürsoy Doğtaş, curatore dell’esposizione insieme a Patrizia Dander, a incidere sulla sua identità culturale fu però soprattutto il contesto successivo alla guerra: edifici distrutti, spazi disponibili e una forte concentrazione di persone provenienti da esperienze diverse.
Anche l’arrivo della manodopera straniera seguì a Berlino un percorso particolare. Nel resto della Germania Ovest il reclutamento era iniziato nel 1955 con l’accordo stipulato con l’Italia. Nella capitale, invece, molte aziende dipendevano prima dai lavoratori di Berlino Est e della Germania Est; dopo la costruzione del Muro, questi non poterono più raggiungere gli stabilimenti di Siemens e AEG-Telefunken. Fu allora che la città iniziò a rivolgersi con maggiore intensità alla manodopera proveniente dall’estero.
Il 1989 spezza la continuità
Prima della caduta del Muro, gli artisti legati alla migrazione avevano trovato a Kreuzberg occasioni concrete per esporre. Tra gli appuntamenti ricordati da Doğtaş ci sono una rassegna del 1975, una mostra su Nâzım Hikmet nel 1977 e diverse personali organizzate negli anni Ottanta. Le loro opere erano presenti in sedi comunali, gallerie e istituzioni come la Staatliche Kunsthalle Berlin, attiva fino al 1993.
Dopo il 1989, però, l’attenzione della città cambiò direzione. Berlino iniziò a concentrarsi sulla Germania Est, su Berlino Est e sull’Europa orientale, mentre la riunificazione impose di riorganizzare musei e gallerie che spesso esistevano in doppia versione. In questo nuovo assetto, molti artisti finirono fuori dai programmi principali: alcuni lasciarono la Germania, altri si spostarono tra il paese d’origine e quello di residenza. La scena non scomparve del tutto, ma perse visibilità e continuità istituzionale.
La scoperta dentro un archivio
La ricerca di Doğtaş è partita circa cinque anni fa, mentre preparava un articolo. Nell’archivio Fontane-Apotheke, parte del Kreuzberg Museum, lo storico dell’arte ha trovato i documenti di Mehmet Berlin’de / Mehmet aus Anatolien, una mostra aperta nel settembre del 1975.
Il progetto era stato promosso da Dieter Ruckhaberle, allora direttore del Kunstamt Kreuzberg, che aveva invitato dalla Turchia Hanefi Yeter, Mehmet Cağlayan e Mehmet Aksoy. Due dei tre artisti appartenevano a un’associazione turca con sede nel quartiere. L’iniziativa era stata realizzata insieme ai Berliner Festspiele e si rivolgeva anche alla numerosa comunità turca locale.
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Un programma oltre il museo
Nel 1975 circa venticinquemila dei centocinquantamila abitanti di Kreuzberg provenivano dalla Turchia. Nello stesso anno il Senato vietò agli stranieri di trasferirsi nel quartiere, mentre gli organizzatori della mostra cercavano di coinvolgere persone che normalmente non frequentavano musei e gallerie.
Per questo l’intero programma fu preparato in due lingue e accompagnato da concerti, un coro, danze, attività per bambini e un momento conviviale a Mariannenplatz, davanti al Bethanien. Tra i partecipanti figurava il Türkische Arbeiterchor Westberlin, oggi richiamato anche nell’esposizione del Gropius Bau. L’affluenza fu molto alta, segno che la proposta riuscì a superare i confini del pubblico specializzato.
Una storia rimasta fuori dai manuali
A colpire Doğtaş non fu soltanto la qualità dell’iniziativa, ma anche il fatto che strategie tanto inclusive fossero già state sperimentate nel 1975. Dopo una formazione durata circa vent’anni nella storia dell’arte, il curatore racconta di non aver mai incontrato opere come quelle rintracciate nell’archivio. La scoperta gli ha fatto percepire quanto la disciplina avesse lasciato fuori dalla propria narrazione persone con biografie simili alla sua, figlio di lavoratori migranti turchi.
La mostra prova così a ricomporre una vicenda più ampia del semplice rapporto tra arte e immigrazione. Nella Berlino Ovest arrivarono lavoratori da Italia, Spagna, Portogallo, Grecia, Turchia, Jugoslavia, Corea del Sud, Marocco e Tunisia; insieme a loro si mossero artisti sostenuti da borse di studio del DAAD, istituzioni culturali o ministeri dei paesi d’origine. In alcuni casi furono gli stessi lavoratori a intraprendere un percorso artistico.
La mostra riporta Kreuzberg al centro
Secondo i curatori, la scelta di Kreuzberg nasce dalla densità di quelle presenze e dalle reti che riuscivano a collegarle in uno spazio relativamente ristretto. Molte questioni emersero qui prima di diventare rilevanti per l’intera Berlino, una concentrazione difficilmente replicabile in città come Amburgo, Colonia o Monaco.
Kreuzberg: Kunst und Migration seit 1960 resterà al Gropius Bau fino al 17 gennaio 2027. Il percorso riunisce le tracce di una comunità artistica e sociale che per anni fu attiva nelle istituzioni locali, ma che dopo la trasformazione della città venne in gran parte esclusa dal racconto dell’arte tedesca.
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