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Attualità 4 min di lettura3 ore fa

Kharkiv, la scuola che resiste: così crescono i bambini sotto le bombe

Nell’istituto per alunni non vedenti diretto da Oleksandr Mykolayovych la guerra ha distrutto il tetto, ma non la vita quotidiana né il senso di comunità.

A Kharkiv, nel 2026, Oleksandr Mykolayovych continua a occuparsi delle sue classi, degli strumenti didattici e dei bambini affidati alla scuola per non vedenti. Il suo obiettivo è concreto: impedire che la guerra trasformi l’infanzia in una lunga esperienza di abbandono e violenza.

Uscendo dall’istituto, il pensiero corre al vecchio cimitero cittadino, ormai chiuso da anni alle nuove sepolture salvo per gli spazi familiari. Sotto la neve compaiono lapidi di persone morte soprattutto nei primi anni Novanta, quando il crollo dell’ordine pubblico aveva lasciato molti senza mezzi per vivere. Alcuni uomini sono raffigurati con le decorazioni della Grande Guerra Patriottica, ritratti solenni in stile brežneviano: non avrebbero potuto immaginare che proprio dalla capitale per la quale avevano combattuto sarebbe arrivata una nuova devastazione.


Un’infanzia salvata dalla cura

La storia personale del direttore spiega perché attribuisca tanto valore alla protezione dei più piccoli. Nato e cresciuto in Russia, dove conserva ancora parenti e amici, Oleksandr parla esclusivamente russo. A Kharkiv si trasferì quarant’anni fa, quando un funzionario sovietico gli affidò la guida della scuola per bambini ciechi.

Aveva appena 4 anni quando perse il padre in un incidente automobilistico. La madre dirigeva un grande centro commerciale nella regione di Krasnodar, tra il Caucaso e il Mar Nero, ma riuscì comunque a crescere lui e la sorella in un ambiente fatto di giochi, amicizie e passeggiate nei boschi. Oggi Mykolayovych ha 76 anni, è molto basso, cammina con l’aiuto di un bastone e porta ancora il sorriso che mostra i denti d’oro, un tratto comune in altre epoche.


La scuola ha attraversato ogni regime

Per quasi un terzo dei suoi circa centocinquant’anni di storia, l’istituto ha avuto lui alla direzione. Nel frattempo il nome della scuola è cambiato una quattordicesima o una quindicesima volta, seguendo le trasformazioni politiche di Kharkiv: dall’epoca zarista alla guerra civile, da Lenin e Stalin alla destalinizzazione, fino a Chruščëv, Brežnev, alla perestrojka e all’invasione.

Il palazzo, costruito alla fine dell’Ottocento in stile neorinascimentale e simile ad altri edifici di Dresda, Vienna e Budapest, ha visto passare intere stagioni della storia europea. Del periodo sovietico il direttore ricorda anche alcuni aspetti positivi: l’obbligo di adeguarsi alla linea del partito limitava l’autonomia degli insegnanti, ma ai bambini venivano garantiti vestiti e calzature, compresi quelli delle famiglie più povere.


Il missile non ha fermato le lezioni

Il 2 marzo 2022, durante la prima settimana dell’invasione su larga scala, un missile Iskander russo colpì l’edificio. Il tetto venne aperto in due, infissi e porte furono distrutti e l’impianto di riscaldamento smise di funzionare.

All’interno si trovavano 112 bambini. Molti genitori li lasciano in convitto perché non sono in grado, o non possono, occuparsi di loro in modo continuativo. Mykolayovych organizzò l’uscita nel giro di una giornata: gli alunni salirono su un treno, spesso privi dei documenti necessari, e raggiunsero la Polonia. Le attività scolastiche non si interruppero nemmeno per un giorno; appena il palazzo fu ripristinato, tutti tornarono a Kharkiv.

Oggi gli iscritti sono più di 150, compresi alcuni bambini che hanno perso la vista durante i bombardamenti. L’istituto appare ordinato e ben curato, mentre lungo la stessa strada diversi edifici mostrano finestre chiuse e segni degli attacchi.

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Dentro il rifugio resta la normalità

Nel museo della scuola sono conservate le medaglie conquistate dagli allievi nel nuoto e nella musica. Il laboratorio dispone di cinque stampanti 3D, impiegate per produrre materiali che aiutano anche i bambini della scuola dell’infanzia a distinguere le forme.

Durante gli allarmi, il piano sotterraneo diventa un’aula: ci sono un pianoforte, quaderni per il braille e il necessario per proseguire le attività. Molti docenti sono ex studenti non vedenti; altri sono insegnanti dall’energia instancabile, simili a quelli di qualsiasi scuola di quartiere.

Non si percepisce un clima di rassegnazione. Dopo quattro anni di attacchi, fughe e ritorni, gli alunni continuano a presentarsi con libri, zaini e astucci. La città ha conservato una rete di aiuto reciproco; intanto l’avanzata russa si è arrestata e piccoli gruppi di soldati vengono mandati in missioni sempre più rischiose sotto i droni.


La comunità come prima ricostruzione

Kharkiv non è però immune dall’odio che la guerra può lasciare dietro di sé. In futuro, osserva il racconto della città, veterani armati e disillusi potrebbero cercare nella politica nazionalista uno sbocco alla frustrazione e all’adrenalina accumulata al fronte.

Resta tuttavia un elemento concreto da cui ripartire: la capacità delle persone di restare unite anche quando tutto intorno si spezza. Nell’istituto per non vedenti e nelle scuole allestite nella metropolitana questa forza appare su scala ridotta, ma rappresenta la base di una comunità solida, possibile premessa per istituzioni democratiche più sane.

Oleksandr non dedica molto tempo a discutere la follia della guerra. Preferisce verificare che le aule funzionino, che le stampanti producano gli oggetti utili alle lezioni e che ogni bambino abbia ciò che gli serve. Il suo lavoro quotidiano è la risposta più concreta al rischio che la povertà affettiva e materiale trasformi una generazione.

Il testo è tratto da “Imperi allo specchio” (Mondadori), di Federico Fubini, 18,50 euro, 180 pagine.

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